Vacanze di Natale – Presente

Il periodo dell’anno che odio sicuramente di più è il Natale. Non lo dico per sfrontatezza. Arriviamo a fine anno stanchi, spossati, demoralizzati. Un mese terribile alle spalle. Sono finiti i tempi in cui c’erano le vacanze, eravamo felici e pensavamo ai regali. Il negozio ci tiene impegnati pure la domenica, e siamo alla mercé della gente. Subiamo vero e proprio mobbing, chiusi tra le vetrine e i lastroni di dogato. Chiunque passi tira su di noi la propria merda. Alla mercé della gente e di una nevrosi generale. Anche volendo non si scappa. Presto o tardi veniamo contagiati, e arriviamo al Natale in uno stato d’animo alticcio, ubriacati da un vino acido, alle labbra annacquato e in gola troppo alcolico. Tagliato dalla spazzatura chimica di megaproduzioni alimentari. La vigilia a mezzanotte dormiamo già, abbracciati in un sudore post apocalittico. Sogno la voce delle persone, mi chiedono informazioni, e io cerco di vendere persino il cuscino. Apro gli occhi, abbraccio le coperte. So che è stato un sogno, so che è la stanchezza, ma cerco di vendere pure quelle. E si, sono sveglio, ma l’incubo mi perseguita anche ad occhi aperti. La vigilia alle dieci e mezza, altro che cenone, siamo k.o., svuotati da ogni parvenza di spirito natalizio. Persino il bambino Gesù del presepe non sfugge ad una carrettata di bestemmie.

La mattina del 25 ci si sveglia alle sette e mezza. Non ho dimenticato di spegnere la sveglia. No. E´semplicemente l’abitudine. Arriva quella sorta di pugno nello stomaco, di freddo e premura, la sensazione di essere in ritardo, d’aver dormito troppo, di venir meno alle mie responsabilità. Ci metto qualche minuto a razionalizzare. Il tempo di andare in bagno, accendere la stufa, che questa casa è gelata, e mettermi qualcosa addosso. E´il venticinque, porca miseria! Siamo chiusi. Già. Nonostante l’incredulità di qualche cliente. Non lavorate? Chiedono. Dopo tre settimane di tuttiigiornialavoro non si lavora?! Il più bel regalo. I ritmi rallentano, per due giorni soltanto, è vero, ed è una convalescenza razionata, scandita da forchettate e concerti di natale in tv, a suon di maiale e patate al forno, tartine al salmone e caviale, tortelloni alle melanzane e ricotta salata, torte al cioccolato e pandori alla nutella. Il mangiare sembra non finire mai. Anche nel cesso, il ventisei notte, quando tutto è già finito, la malattia è passata, e si ritorna a puntare la sveglia, con il terrore di non sentirla, di svegliarsi troppo tardi, e lo stomaco pulsa costante come una bomba ad orologeria pronta a scoppiare. Ti pieghi nel gabinetto e passi una o due ore li seduto a pregare di star meglio, almeno alle otto, per andare ad aprire senza il pensiero di quel dolore.

Il Natale presente è poco piacevole. Eggià. Descritto così fa paura. Ma tornerà ad essere bello. Già l’anno prossimo. Fino ad allora tirerò il fiato e mi tapperò il naso. Farò lo sforzo di non detestarvi, che ho da diventare papà tra qualche mese, e non posso permettermi di detestare nulla.

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