La nascita, prima parte.

E così sei nato. In maniera del tutto inaspettata. Eravamo tranquilli, rilassati. Il ginecologo ci aveva detto che non saresti arrivato per almeno altri dieci lunghi giorni, invece ieri notte la mamma ha avuto le prime contrazioni. Roba di poco conto. Una ogni tre ore. Abbiamo dormito poco, per il timore che aumentassero, invece niente. La mattina del 17 aprile io sono andato a lavoro, come ogni mattina, solo con un po’ di ansia in più. Non sono riuscito a stare fermo un attimo. Ho lavato tutte le vetrine, scopato per terra lungo il marciapiede, e ogni ora ho chiamato a casa per capire gli intervalli di tempo in cui arrivassero le contrazioni. Ogni quaranta minuti. Ogni mezz’ora. All’una chiudo il negozio. Torno a casa e trovo la mamma piegata in due sul divano. “Stai bene?” “Si, sto bene.” E vado in bagno, perché me la faccio addosso. Esco dopo dieci minuti e trovo la mamma ancora piegata su se stessa. “Ma è la stessa contrazione di prima?” chiedo. “No, è una nuova” dice. E guardo l’orologio e sono passati appena dieci minuti. Panico! Prendiamo i tempi. Passano otto minuti e ne arriva un’altra. Torno in bagno. Porca miseria porca miseria porca miseria! Ansia e agitazione. Siamo pronti? Non siamo pronti?! Ma nasce oggi??? Mille domande. Le contrazioni arrivano velocemente, stavolta a distanza di sei minuti. Cinque è il limite per correre al pronto soccorso. Preferiamo non correre. Nonostante la nonna sia in cucina con il baccalà sui fornelli. “Dobbiamo andare” diciamo e lei lancia tutto in aria. “Fozza fozza!”

Quello che è successo dopo potrebbe essere durato un’ora, o dieci giorni, un anno? Te lo racconto così, com’è avvenuto, perché è più facile farti capire. Siamo arrivati al pronto soccorso e la mamma è entrata per fare il tracciato. Non permettono a nessuno di entrare, così è sola, sdraiata sul lettino con le fasce luride sull’addome gonfio e teso. Il battito del tuo cuore riempie la stanzetta e sembra un pistoncino impazzito. E´ un suono bellissimo. Lori dopo un bel pezzo sola soletta si accorge che nel marchingegno a fianco del letto non è stato inserito il foglio di carta e chiama l’infermiera. Quella mangia beata nella stanza accanto. E la mamma fa chiamare il tuo papà, che entra come un eroe in pronto soccorso e si accerta che tutto funzioni per il meglio. Il medico dice che la dilatazione è arrivata a due centimetri. Ce n’è ancora, di strada, per arrivare a dieci. Così ricoverano la mamma al reparto. La salgono in camera e riusciamo a vederla. Le contrazioni ora arrivano velocissime. E lei sta di fianco, sul lettino, con la pancia tra le braccia. Non vede l’ora di stringerti, è evidente. Respira. Respira. Il tuo papà è costretto ad uscire perché il reparto è pieno di donne incinta. Così aspetto fuori con le zie, che ci hanno da poco raggiunto. Nemmeno mi accorgo che è passata un’ora, quando mia madre, la nonna, arriva pallida come un fantasma e mi dice: “la portano giù, si sono rotte le acque, è a otto centimetri”. Ma come?! Così?! E tutta la strada da percorrere per arrivare a dieci centimetri?! Stupore a parte, devo raggiungerla, in qualche modo. Entro al reparto, anche se non potrei, e trovo l’infermiera con la barella. Ferma qualche metro prima della porta dove sei chiuso stanotte, lontano dal tuo papà, ma vicino alla tua mamma (e questo mi basta per stare sereno). Le chiedo se serve aiuto, perché c’è una piccola salita. Lei accetta e spingo la barella dentro la stanza n.2. E la mamma è lì, dolorante e coraggiosissima. Non so dirti cosa ho provato. Un pizzico di paura, di compassione, e una buona dose di impotenza. Sono fermo lì che guardo, mentre la portano giù e mi dicono che io devo fare il giro, che non posso seguirla da quella parte, perché ci sono reparti proibiti ai visitatori. Così faccio dietrofront e torno al punto di partenza, al prontosoccorso. Lì nessuno mi sa dire nulla. Ho lasciato la mamma che non riusciva nemmeno a parlare dal dolore, e lì nessuno mi sa dire nulla. Mi capita di perdere la testa. Spesso sono irascibile. Non oggi, penso. Non oggi! Vedo l’infermiera che mi ferma sull’uscio, urlandomi che non è da lì che devo entrare, e la ringrazio, sarcasticamente (poi ti spiegherò bene che significa). Allora mi dirigo verso la guardia giurata. Lo prendo a cazzotti se non mi fa entrare! penso. E chiedo notizie. Lui non sa che dire. Farfuglia qualcosa. Io sono lì, fermo, perplesso, mentre la mamma è da qualche parte, non so dove, che mi aspetta, e con te che hai fretta, e sembra che non aspetti nessuno. Provo a non perdere la testa, ma dico alla guardia qualcosa come: ma se sua moglie fosse lì dentro lei come si sentirebbe? ora, o mi dice cosa devo fare per entrare o sfondo la porta a calci! E lui risponde con la voce di Neffa: devi stare molto calmo, devi stare molto calmo. E mentre dice qualcos’altro sento la porta che si apre e il mio nome ripetuto da una voce femminile. Schizzo via dalla scena come un proiettile. Senza dire nulla corro lungo il corridoio e raggiungo una porta socchiusa. La mamma è lì, lo so, la sento respirare e sospirare “ahi, ahi, ahi!”. Un’infermiera esce e mi porge delle cuffie per le scarpe. Mi spiega che non posso entrare senza. Non capisco perché. Ma è così, quindi le metto. Sembro un cretino, c’è da dirlo. Quelle cuffie di plastica sembrano le cuffie per la doccia di mia nonna. E soprattutto sono minuscole. Non mi entrano. Coprono solo mezzo piede! Ma poco importa, spingo la porta e sono dentro finalmente. Nel luogo che ti vedrà nascere. In quel posto che mai più dimenticherò, in cui trascorreremo tre ore incredibili.

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