La nascita, seconda parte.

Eccoci in sala operatoria ordunque! Ha una porta sul retro, dalla quale sono entrato io, e una più grande, scorrevole, sul corridoio principale. E´da quello che entrano ed escono le infermiere, ostetriche, dottori, gente a passeggio come fossimo in via Etnea. In questo momento c’è una ragazza con il camice blu che sistema gli attrezzi del mestiere, e la mamma girata di fianco sul letto al centro della sala. Le hanno riattaccato il macchinario per sentire le tue pulsazioni. Hai un treno per cuore. Batte a 140 al minuto. Il suono è continuo e rassicurante. Riempie ogni angolo della mia testa e sono la dentro, ma in realtà distante, perso nel niente dei miei pensieri. Non sembra nemmeno una sala parto. Uno sgabuzzino forse, attrezzato con la grossa lampada da dentista, un tavolo in metallo dove ci sono delle garze e degli oggetti lucenti, un comodino con tanti cassetti con le etichette descrittive. Guanti. Siringhe. Cuffie per scarpe. Cuffie da doccia. Cose del genere! Guardo in giro e noto una grossa poltrona blu, con i braccioli smontati. Sarà lì che riposerò ogni tanto. E sopra la poltrona ci sta un orologio rotondo cromato. Sono le sei e il travaglio è appena cominciato. La mamma soffre come non so che. Forse è questo il dolore che in molti descrivono come venti ossa rotte contemporaneamente. O forse sarà il momento in cui uscirai. Non so. Dovrei chiederlo a lei. Più in là, quando acquisterà lucidità mentale, e riuscirà a descrivere la sua versione dei fatti. Questa è la mia. E io sono lì dentro, anche se la mia mente vaga tra gli universi creati da ogni tuo battito, piccoli mondi pieni di meraviglie, con la porta aperta e tutti che passano e se ne fregano della magia che sta per travolgerci. Tengo la mano di mia moglie, rannicchiata tutta su se stessa. Piccola come un topino dolorante. Respira velocemente, non si ferma un attimo. E cominciano le danze. Ahi ahi ahi ahi. La contrazione. Le dico piano, con calma, di respirare a fondo. Lei lo fa, aspira aria con violenza, e la butta fuori in mille ahiahiahiahia. Poi si quieta. Guardo l’orologio e per farlo mi avvito sul collo. Questo movimento, ripetuto per quattro ore, mi procurerà un gran mal di testa, a fine serata. Passano appena due minuti. Ed ecco una nuova contrazione. Il topino indifeso, spalmato sul lettone, freme per cadere ancora una volta in uno stato di incoscienza comatosa. Passa circa un ora, mentre io sto lì ad immaginare che faccia hai. Guardo l’orologio. Il tempo non passa mai. E quel suono continuo del tuo cuore. La mamma freme e respira affannosamente. Passa un’ora ma sembrano dieci. Siamo soli, io e lei. Cerco di fare del mio meglio, solo che la battaglia è la sua. La incoraggio. Mentre quelle infermiere, o non so cosa fossero, entrano ed escono incuranti del dolore e della bellezza di quello che sta accadendo. Sento delle voci, ogni tanto, che mi dicono di non guardare. Che magari se guardo mi passa il desiderio, perché vedo il corpo di mia moglie in maniera diversa. Ma siamo soli, io e lei, lì dentro, e tu sei la nostra lotta. Non potrei mai guardare la donna che ti ha messo al mondo in maniera differente. Con l’occhio disgustato. Ha la mia più grande ammirazione, è il mio idolo. Non posso che amarla e desiderarla ogni giorno di più per il resto della mia vita per quello che ha fatto e per come l’ha fatto. Guardo Lori soffrire, la ragazza col camice tira fuori il cellulare e scrive alle sue amiche che è in sala parto, ogni tanto lancia uno sguardo lungo il corridoio, prima che arrivi il dottore, e continua il suo messaggio. Respira, respira. Brava. E´la mia voce. Ahiahiahiahia. E´la vocina della mamma. Passa un’ora, dicevo, e finalmente entra una dottoressa. Controlla la dilatazione e ci siamo. Il tunnel si apre, per te è tutta di calata adesso. “Signora, ora devi solo spingere”, dice. “Aggrappati alle maniglie, e appena arriva la contrazione spingi come se dovessi fare la cacca.” Sembra facile, penso. Non lo è, dal suo sforzo disumano. Sono le sette circa, quando comincia a spingere. Tra una contrazione e l’altra, la mamma è talmente sfinita che sembra svenire. Le stringo la mano, la incito a spingere più forte. Siamo sempre soli, io e lei. Tu ci sei quasi. Non so se sarò pronto a mostrarti cosa ti spetta qui fuori. Non so come dovrò mostrartelo. Cantando, magari. E ballando. Spero di non piangere. E tutti ci fanno i complimenti. Qualcuno crede persino che tu non sia il primo, che l’abbiamo già fatto. C’è chi vuole sapere dove abbiamo fatto il corso pre-parto. “No, è il primo. No, non l’abbiamo fatto il corso”, rispondo con un sorriso largo così sulla faccia. Io mi vanto di amare la mamma. Quello che facciamo nasce da quello che proviamo. Ci viene naturale essere in sintonia. Così spingi, e respira, spingi e respira, dopo un’ora e mezza di torcicollo e battiti del tuo cuore, finalmente vedo spuntare dei capelli. Non piangere, mi ripeto, e inghiotto un singhiozzo. “Lo vedo” dico alla tua mamma. Che non ci crede. O forse non mi sente. Non saprei. La ragazza col cellulare in mano invece si, mi sente. E viene a controllare. “Si vede la testa???” dice! “Oddio, devo chiamare qualcuno!!!” E spuntano cinque/sei persone armate di camici, forbici, cose di cui poco mi curo. Guardo i tuoi capelli muoversi li sotto, e inghiotto singhiozzi. Devo calmarmi. La situazione si velocizza. Alzano il letto, mi spingono di lato. Smontano la parte finale, allargano per bene le gambe della mamma e le fermano a dei supporti spuntati dal nulla. “Signora, ora trattenga la spinta e quando lo dico io espella!” dice una donna. “Se vuole può gridare” dice un dottore. Ah già…dimenticavo. La tua mamma non ha gridato nemmeno per un momento. Ne ha fatto solo uno, di urlo, stridulo e breve. L’ho guardata in viso perché era rivolto a me. Come per dirmi “fa che esca presto” e così è stato. La tua testolina blu è venuta fuori verso il basso. La dottoressa l’ha girata piano, prendendoti dalle guance, e con un colpo deciso ti ha tirato fuori. Vedo ancora la tua pelle torcersi per la pressione delle dita della dottoressa. E il tuo corpo uscire tutto attorcigliato al cordone. La maggior parte della gente pensa che quando nasce un bambino, lo prendano dai piedi e lo sculacciano per farlo piangere e liberare i polmoni. No. Tu sei uscito e nemmeno il tempo hai fatto due colpetti di pianto. Ti hanno poggiato così com’eri, blu e bagnato, sul petto della mamma. Lei mi ha guardato e non ha pianto nemmeno lei. Mi ha sorriso e mi ha detto solo: finalmente! Eggià. Finalmente. Chiedo a qualcuno se posso fare una foto. Mi dicono di no. Devo tagliare il cordone e ti devono portare via, a lavare. Prendo le forbici e in due zac taglio il cordone. Ti portano via in un secondo. Sei nato alle 20,43 del 17 aprile 2013. L’ora del big bang. L’inizio del mio nuovo mondo. Mentre mi perdo nell’immagine dell’attimo in cui ti ho visto, così bello, con tutti quei capelli neri, e le dita lunghe, le unghiette bianche, il viso di Lori in miniatura, i dottori tirano fuori la placenta e in quattro e quattr’otto mi chiedono di uscire perché devono medicare la mamma. Che trema come una foglia. La foglia più bella e coraggiosa di tutto il mondo. Così esco. Dal corridoio secondario. Sono le dieci?! Sono le dieci e dieci passate quando raggiungo la sala d’attesa del pronto soccorso. Ma erano le 20,43 due secondi fa? Poi tu, il tuo viso, la tua bellezza, e se ne sono andate quasi due ore? Mi sono perso. Lo devo ammettere. Era un corridoio lungo e stretto. Con il linoleum azzurro sul pavimento. Era dritto e io comunque mi sono perso. Anche ora, credo, dopo due giorni, non capisco lo scorrere del tempo. Mi sembra una vita che non ti vedo e quando ti ho in braccio mi sembra un secondo e ti hanno già portato via da me. Cammino lungo il corridoio con la voglia di gridare. Ma devo calmarmi e raggiungere gli zii e i nonni. Mi aspettano da più di quattro ore, quindi devo raggiungerli. E devo portargli la lieta novella. Quindi devo farmi coraggio, e mostrare il mio sorriso più bello. Te lo meriti, e se lo merita la mamma. Apro la porta e ce li ho tutti davanti. Mi abbracciano, fanno fotografie. Io comincio lo show, racconto tutto. Racconto di quanto tu sia spettacolare. Ci sono le registrazioni da qualche parte. Sono poche le parole per descrivere quanto fosse stata unica quest’esperienza, e quanto sia meraviglioso tu. Se ne accorgono presto. Infatti ti portano da noi. Per pochi minuti. Tu sei lì. Piccolo come uno scricciolo. Pesi 3,300 gr. Ma sei lungo, sembri più grosso. I tuoi occhi ci guardano immensi come il cielo. Sei bello, non lo dico perché sei il mio bebè. Sei bello e basta. La famiglia ti guarda esterrefatta. C’è chi scoppia a piangere (vero nonno?) e chi ti fissa con la bocca aperta e la faccia da pesce. Ti portano via perché rischi di raffreddarti, e mentre vai via sembri guardarci. So che non può essere. Tu vedi solo fasci di luce, inconsapevole che sei diventato il nostro, di fascio di luce. Mi fanno i complimenti, mi abbracciano. Dicono che sei bellissimo, e non perché sei mio figlio. Lo dico pure io eh! Bisogna essere obiettivi! Dopo qualche minuto arriva anche la mamma. E´sdraiata sulla barella. Ha ripreso vigore. E´incazzata con i dottori, che sono degli idioti. Le hanno dato i punti, sei esterni e non capisco quanti interni, e le hanno fatto male. Per giunta lei si è lamentata, per la delicatezza e quello ha risposto: “signora lei si deve spaventare di quelli delicati, che poi sale in reparto e le si apre tutto e muore dissanguata”. Abbiamo tante idee a riguardo e sicuramente ti racconterò dell’ospedale. Ma non ora. E´tardi e ho scritto abbastanza. Devo andare a letto perché domani è il grande giorno. Vi porto a casa. So già che sarà una lunga notte. Ho già passato una vita ad aspettarti, che vuoi che sia una notte! Trattengo il respiro, cerco di rimanere con i piedi per terra, conto fino a tre. Uno, due e tre. Ecco, sono pronto.

Benvenuto nel nostro mondo, Orazio.

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