La degenza: ricovero (1° parte)

Nostro figlio ha otto giorni. E´un bellissimo bambino. E cresce a vista d’occhio. Avevo promesso qualche giorno fa che avrei parlato dell’ospedale e del ricovero. Non so bene da dove cominciare. Partiamo dall’arrivo.

Primo problema: Momi aveva già le contrazioni ogni cinque minuti, quindi stare in piedi le risultava molto difficoltoso. Suoniamo il citofono del pronto soccorso e dopo qualche minuto ci apre un’infermiera. Tralasciamo la descrizione della sua condizione fisica (citando mia moglie: sembrava una bidella, non un’infermiera), accosta la porta, ponendosi tra noi e il corridoio e dice: “è occupato!” Noi siamo gente educata, e forse il problema è proprio questo. Personalmente rimango impietrito di fronte a quell’affermazione. Siamo ad un pronto soccorso importante, un punto di riferimento tra gli ospedali catanesi, e questa donna (brutta, fuori forma, sudicia, mal vestita, una pezzente! -lo so, avevo promesso di non farvi descrizioni-) apre la porta e dice “è occupato”. Come se fossimo in un cesso pubblico. Ecco, sembrava proprio l’inserviente di quegl’autogrill in autostrada. Le mancava solo la scrivania con il sottovaso per la mancia. Si fa avanti mia madre, la più riflessiva del gruppo, e facendo finta di nulla le risponde: “mia nuora sta male, ha le contrazioni molto frequenti”. La donna-infermiera rimane lì in piedi, in silenzio, con la faccia di un pesce. Inebetita? Non so. Il cervello in pappa? Probabile. Mia madre continua: “dovrebbe almeno sedersi, non riesce a stare in piedi”. E quella finalmente reagisce. La fa accomodare su una sedia a rotelle giusto dietro la porta. Può entrare solo una donna con lei. E così entra mia madre. Io rimango fuori, e mi sembra giusto, perché siamo pur sempre in un reparto dedicato alle femminucce.

Il secondo problema: Momi mi fa chiamare dal pronto soccorso perché nessuno l’aiuta con il tracciato. Praticamente le hanno attaccato le fasce. Il macchinario funziona. Il battito è scandito forte e chiaro. Ma…dopo mezz’ora Momi si accorge che non hanno inserito il foglio per la stampa della frequenza cardiaca. Ha provato a chiamare la facchina di turno, ma lei era troppo impegnata nella sala ricreativa. Quando sono entrato era lì che mangiava il suo panino. E ancora qua ci siamo, perché siamo tutti esseri umani, e abbiamo bisogno di cibarci. Questo giustifica questo senso di indifferenza verso il prossimo, nonostante fossimo in un ospedale? Ce lo porteremo dietro per tutta la degenza. 

Terzo problema: il ginecologo che visita la mamma non sa se mandarla a casa o meno. Ha le contrazioni, e un po’ di dilatazione, ma potrebbero servirle ore, quindi che senso ha trattenerla in pronto soccorso?! Ok, ci pensa un attimo, e decide di ricoverarla in reparto. Decisione giusta. Infatti nemmeno il tempo di salire al secondo piano che le si rompono le acquee. Un altro ginecologo la visita e la dilatazione in poco meno di un’ora, è a otto centimetri. A dieci, per i meno pratici, la donna è pronta al parto. Così nemmeno il tempo di sistemarla in camera, Momi è su una barella, e la riportano in pronto soccorso. Quando arriva tutti si chiedono che senso abbia avuto portarla in camera. Ce lo chiediamo pure noi.

Quarto problema: non mi permettono di seguirla per i reparti interni, perché sono chiusi al pubblico. Così mentre Momi viene trascinata per i corridoi tra le porte che sbattono sulla barella e gli infermieri che le dicono: “signora stassi attenta, se sta accussi piegata c’intappano nda facci”, io scendo e raggiungo di nuovo il pronto soccorso. Suono e apre la facchina, che mi dice che da lì non posso entrare, che devo chiedere alla guardia giurata. Sempre in catanese stretto, con toni sgarbati. Vado da quest’altro mantenuto statale, che mi dice di aspettare un attimo. Prende il telefono. Io penso stia chiamando in reparto, invece comincia a chiacchierare con un suo superiore, sui turni, sugli smontanti, su cosa farà domenica…io rimango lì basito. Davvero. Ho già scritto cosa gli ho detto. Per fortuna mi apre la donna-infermiera e mi porta alla sala parto. Lì mi sfogo. Le dico che sono una manciata di maleducati, che bisognerebbe capire chi sta male, che prima o poi qualcuno s’incazza veramente e comincia a distribuire ceffoni. Quella allarga le braccia. Che ci vuoi fare, benvenuto in una struttura pubblica!

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