Mese: luglio 2013

I sacrifici di un papà (Il dolce dormire)

Spesso quando si parla di neonati, il discorso verte intorno a due grandi argomenti. Quanti soldi ci vogliono per mantenere un bimbo appena nato, e il sonno. Nelle prime settimane ogni persona che incontravo per strada, dopo avermi fatto gli auguri, subito chiedeva: ma vi fa dormire? la notte dorme? si agita? quante volte si sveglia? Sono entrambi argomenti critici e in questo post analizzerò il secondo.

Il dolce dormire.

Cari neo papà, godetevi quei tre giorni in cui vostra moglie e il vostro bambino sono ancora ricoverati in ospedale. Saranno gli ultimi per chissà quanto tempo in cui riuscirete a riposare a fondo. Senza svegliarvi nemmeno una volta la notte, col cuore in gola per i singhiozzi di vostro figlio.  Dalla prima sera in casa cambia tutto.

Prima cosa: una lampadina sempre accesa in stanza. Noi ci siamo attrezzati con una bajour lilla posta in un angolo, accanto all’armadio. In tal modo la luce, pur essendo fastidiosa, non disturba eccessivamente i sogni. Per me è stato un gran problema. C’è chi dorme in ogni condizione ambientale, con la televisione accesa, o con la lampadina accanto al letto. Non io. Sono sempre stato abituato al buio più scuro e senza di esso ho sempre faticato a trovar sonno. Motivo per cui non riesco a dormire dopo pranzo, di giorno, sotto al sole al mare, in aereo in treno in macchina, e in miliardi di situazioni in cui c’è una fonte luminosa in circolazione. La prima notte ho capito che dovevo abituarmi alla presenza della bajour accesa. Ho ricordi frammentati a riguardo: il nostro baby dorme con noi, nel lettone, e sentire la sua presenza, per la prima volta, per tutta la notte, al mio fianco, è stato emozionante. Tanto che credo di aver dormito veramente poco.

Seconda cosa: non credevo che i bimbi avessero il sonno tanto leggero. Ho sprecato un centinaio di tentativi per addormentarlo. Per due notti mi è bastato massaggiargli i piedini, poi l’effetto è svanito, velocemente. Troppo velocemente. Poi ho provato ad accarezzargli la schiena, i colpetti sul sedere. Nulla. L’unica arma efficace è la passeggiata. Ad aprile c’è freddo, sopratutto di notte, e io dormo in mutande. Alzarsi, vestirsi, e passeggiarlo…un’impresa! Non mi sono arreso, dormo ancora in mutande. In quei giorni ho un’immagine vivida di me con gli occhi socchiusi in uno stato di trance. Sento il bimbo che sospira, o si muove, e l’atto di aprire gli occhi, controllare, di svegliarmi, se così si può dire, mi procura un’apnea, un’assenza totale di ossigeno. Boccheggio, un’unica boccata di aria, profonda, che allarga i polmoni. E sono sveglio, a guardare mio figlio.

Non si contano più le volte in cui, di notte, ho mandato a quel paese Momi. Una volta (lei dice, perché io non ricordo nulla) le ho detto: non ce la faccio. E´uscito più o meno così, tutta d’un fiato: nocelafacio. Un’altra volta l’ho fanculizzata a gestacci. Roba da matti.

Terza cosa: dimenticate le dormite fino a mezzogiorno. Io, sarà perché lavoro ormai da dieci anni, e prima ancora mi svegliavo presto per studiare, e prima ancora andavo a scuola, non ho mai avuto l’abitudine di alzarmi dopo le otto. Se dormivo fino alle dieci era per le occasioni, non so il primo dell’anno, ferragosto, santo Stefano. Oggi anche volendo, dopo tre mesi di sveglia alle sei, non riesco a dormire nemmeno fino alle otto. Così alle sei e mezza di solito siamo svegli, a giocare, parlottare, cambiare pannolini, passeggiare. Alle sette colazione abbondante. Bisogna arrivare al pranzo, e per il pranzo mancano ancora sette ore! Poi telegiornale e via a lavoro bello attivo. Sono sveglio da tre ore quando entro in negozio.

Quarta cosa: dimenticate le nottate con gli amici, le serate fuori, i film fino a tardi. C’è da ridere su questo punto. Quando torno a casa sono così stanco, ma così stanco, dopo una giornata di lavoro, che alle dieci e mezzo massimo sono uscito dalla doccia e sono stecchito a letto. Ogni tanto, mentre ceniamo, attacco un film. Ne vediamo un quarto d’ora e basta. Così vedere un semplicissimo film si trasforma in un’impresa. Per finirlo ci vogliono dalle due alle cinque sedute. A puntate: cominciamo la sera, un pezzo alle sei del mattino, un po’ dopo pranzo, il finale mentre si cena. No, la vostra latitanza dalla vita sociale non sarà esclusivamente colpa del vostro bambino. Sarà colpa vostra, e della vostra inattesa stanchezza. Inutile sentirsi leoni, dire mesi prima che potete farcela, che non cambierà nulla. L’ho già scritto, non c’è orgoglio nell’essere un genitore. Umiltà e sudditanza. Il vostro bimbo vi svuoterà da quel che eravate e vi riempirà di altro.

Così comincerete ad apprezzare le albe. I giorni si faranno più lunghi e stancanti. Le notti più brevi. Ma avrete lui, che si agita e vi cerca nella notte, con la manina o i piedini, e che appena vi trova si quieta. Si rasserena, torna nel mondo dei sogni. E´stato quel contatto, quel gesto così semplice. L’esserci. Siete stati voi, che prima dormivate a pancia in giù, al buio. Liberi di muovervi e scalciare le coperte. Di girarvi e rigirarvi. Da soli. C’è lui adesso, accanto a voi, e bisogna guardarsi persino dallo spostare il cuscino. Ma guardarlo dormire, con la bocca aperta, le braccia distese in alto, le gambe grassocce divaricate. Il pancino che si gonfia e si sgonfia. Il fiato leggero.

Che cosa sogni? Io, mi rendo conto ogni giorno che passa, lungo, e ogni notte, breve, ho sempre sognato te.

Il Falso del Tutto Compreso

Era da un po’ che volevo scrivere un post intitolato così. E´un argomento ostico, pericoloso, che non tutti potrebbero capire per quanto profondamente radicato nella nostra cultura. Linee Flat, abbonamenti No Limits, internet per sempre. Paghi due prendi tre. Fu così che la regola più semplice di marketing, l’offerta, s’è fatta furiosa. E ora le grandi industrie arrivano a promettere il tutto senza limiti, per una spesa modica. Chi più, chi meno. Noi clienti modello, italiani, fessi, ci caschiamo tutti i giorni. D’altronde perché accontentarsi di 5 mega, quando puoi averne infiniti! Io non so nemmeno cosa cazzo significhi. Sono il primo però che ha mutato l’abbonamento di casa in un tutto compreso. Ci risparmio, ho pensato, e soprattutto faccio quello che mi pare. Mi scordo di scollegare il pc?! No problem. Chiamo a mio fratello? Perché dovrei trattenermi e chiudere dopo due minuti?! Tutto compreso. Viva la comodità.

In realtà, non ci vuole molto a capirlo, questo è un pensiero superficiale. Quasi banale, alla portata di tutti. E´un primo livello. Uno spunto di riflessione. Il discorso secondo me è molto più profondo, molto più serio. Parliamoci chiaramente. Che bisogno ho di avere internet 24 ore su 24, quando a casa uso il pc solo per 2 ore? Perché dovrei parlare all’infinito al telefono quando potrei benissimo farne a meno? Questo abbonamento quanto mi farà risparmiare? E quanto mi vincola? Queste sono le risposte di primo livello.

Bisogna scendere ad un pensiero differente, per capire il fenomeno, che prima ho definito culturale. Ho la mia teoria. E´un complotto. Ci fregano con le promesse del tutto garantito, ci fanno sentire al sicuro, questo possiamo averlo, lo paghiamo caro, certo, ma possiamo permettercelo. No, non è vero! Possiamo farne benissimo a meno. E dico di più: possiamo vivere meglio senza. Ci vogliono incastrare. Ci incollano ad un computer, a tempo indeterminato, per farci vivere vite virtuali. Siamo meno pericolosi qui dentro. Rimangono tutti discorsi campati in aria. E inoltre riescono a capire da dove parte la scintilla, e riescono a gestirla a loro favore, ci soffiano su nella direzione che vogliono che essa prenda. Ho un figlio, e queste cose oggi le capisco meglio di ieri. Vogliono fregargli il futuro. Vogliono ridurlo in un barattolo quadrato pieno di quel che vogliono loro. Non sarà così. E´una promessa da padre a padri.

Così, non è vero che la letteratura è morta, la musica è morta, i capolavori cinematografici sono morti, noi siamo morti. Non è vero. Noi siamo qua, dobbiamo solo staccarci dalla playstation, da facebook, dalla tv, dai cellulari. Bisogna accendere le menti. Da padre a padri, forse per me è tardi, e ci sono cascato dentro come un pollo. Lotterò per uscirne. Lo farò perché mio figlio, e quelli che verranno, crescano tra le mie storie, tra le favole di vecchi artisti. In maniera romantica. Credano in quel che più gli piace. Non spegnerò la loro fantasia, e non permetterò che qualcun altro lo faccia con futili trucchetti commerciali. Di tutto il resto del mondo, in questo momento, mi importa poco. Una volta sarebbe stato diverso. Oggi credo molto più di ieri nella libertà di pensiero e di azione. Salvatevi da soli. Io sto già facendo la mia parte.

I sacrifici di una mamma (La reclusione)

Oppure: Le 5 euro nuove.

I sacrifici di una mamma, rispetto quelli di un papà, sono molto diversi. Se il papà è costretto a sopportare le angherie dei nonni, l’astinenza e la nuova sacralità del sesso, le domeniche a casa, la scomparsa della maggior parte degli amici, la stanchezza continua dovuta alla mancanza di sonno e all’apprensione perenne della moglie/mamma, e se quindi la sfera sacrificale è molto ampia ed include diversi ambienti e diverse situazioni, per la mamma invece è completamente diverso. I sacrifici vengono raccolti tutti in un unico grande insieme, per l’appunto, la reclusione. La mamma infatti è obbligata a rimanere a casa per accudire il piccolo. Quest’attività, e ne sono testimone, impegna parecchie delle 24 ore messe a disposizione dal standard temporale della giornata tipica. Si comincia (o in realtà non si finisce mai?) la mattina presto, alle sei, con la prima poppata. Poi c’è la cacca, il cambio del pannolino, ogni giorno più pestilenziale. Se siamo fortunati il baby si riaddormenta. Se no facciamo colazione tutti insieme, noi tre, verso le sette. In questo caso si procede a turno. Prima mangia lei e io tengo il baby, poi mangio io. Allora mi vesto e vado via. Siamo appena all’inizio. Si procede con il passeggiare il baby fino a quando non si addormenta, verso le dieci se tutto va bene. Nel frattempo viene accesa la tv, nella speranza che non facciano gli stessi programmi del giorno prima, che per quel senso ciclico senza fine, non si sa se sia lunedì, martedì o venerdì. Una volta che il bambino s’è addormentato bisogna come minimo lavare i piatti, attivare la lavatrice, pulire quel che si riesce della casa, stendere la biancheria pulita, e il pupo è lì che si muove nel lettone, piange, sbatte i piedi. Altra poppata, cacca, pannolino, passeggiata, e sono ancora le dodici. Insomma vi immaginate la sensazione di alienazione che ne deriva? Il ciclo ricomincia ma all’una torno a casa dal lavoro e cucino, sporco le pentole, i piatti, mangiamo, addormentiamo il baby, e vado via. Pronti? Via! Si ricomincia: la mamma lava i piatti, altre pulizie, altra biancheria, il baby che piange, la poppata, la cacca, il pannolino, la passeggiata. Credetemi, è stancante. La settimana sembra infinita. Quando finisce, la domenica, non sempre, capita di essere in giro. Abbiamo un’autonomia di circa cinquanta minuti, senza il piccolo. Lo lasciamo alla prima nonna disponibile e andiamo a fare una passeggiata supersonica al centro commerciale più vicino. Per spezzare la monotonia, vedere altra gente, cambiare aria. In macchina alla radio passano un pezzo di circa tre mesi fa.
-Ma è la nuova dei Daft Punk?- chiede Momi.
-Ehm, si, più o meno- le rispondo.
Come le spiego che è da tre mesi la canzone più suonata alla radio, in cima a tutte le classifiche internazionali, tormentone dell’estate?! Rido.
Nel frattempo siamo dentro ad un negozio, per farvi capire la velocità del tutto. Ho già scelto, provato, e pago due magliette. La commessa mi torna il resto. Cinque euro.
-Guardi che sono false- dice Momi, -ma ti rendi conto? è evidente, sono totalmente diverse…-
Io le faccio cenno con la testa. Sssh!
-Anche il colore, sembrano quelle del monopoli!-
La commessa sgrana gli occhi. Non sa che fare, è tesa, imbarazzata.
-Sono le cinque euro nuove- dice, -non le ha mai viste?-

La degenza: parto (2° parte)

I problemi in realtà sono appena cominciati. Si direbbe quasi che quello appena trascorso sia frutto di un’esagerata agitazione. Siamo tutti emozionati e queste persone ne vedono di gente come noi tutto il giorno, tutti i giorni. Sempre. Risultiamo disgustosi, ne sono certo, con quei toni rotti dall’emozione, dalla fretta. Sono appena le cinque o sei di pomeriggio. La notte è lunga. C’è chi smonta e chi comincia il proprio turno. Sempre uguale. Donne con le gambe aperte con le contrazioni, che si lamentano, e mariti agitati accompagnati da mamme e suocere ancora più agitate. Vista così ci sta un certo livello di indifferenza. Diventa comprensibile. Siamo in sala parto, adesso. Ma i problemi non terminano, continuano. Si apre il capitolo medici, che in teoria dovrebbero essere di un ceto differente rispetto agli infermieri. Dovrebbero almeno avere a cura i propri pazienti. Ecco, a cura. Son dottori, dovrebbero. Infatti.

Il primo problema si presenta quando siamo ancora al secondo piano. In reparto. Verso le sedici. Il ginecologo che ci ha seguiti fino ad oggi non è di turno, e noi non avendo richiesto l’intra moenia o più comunemente servizio a pagamento, non abbiamo diritto a disturbarlo. Lui d’altra parte, pur avendo ricevuto una cospicua somma di denaro per nove mesi, solo per controllare il battito e dire alla neo mamma di non prendere troppi chili, non si sente minimamente in dovere di venire a controllare che sia tutto a posto.

Ricordo come se fosse ieri (in realtà scrivo questo testo dopo tre mesi) il giorno in cui il ginecologo cominciò a parlare della possibilità di entrare in intra moenia. Il terzo piano magico. Quello dove, se paghi (in una struttura pubblica) hai diritto a tutto. E’ una vacanza. Una sorta di valtur. Se pagate a me non interessa, disse. Tanto io non prendo nulla. Sono tutte tasse. Però sarei costretto a venire anche di notte, per seguire il parto. Il 17 aprile questo nominato dottore catanese era in studio. Noi avevamo un appuntamento per effettuare un controllo pre parto, per le quattro di pomeriggio. Qui comincia effettivamente il primo problema.

Primo problema: mia madre chiama in studio per avvisare che Momi è entrata in travaglio. Risponde la segretaria del Nominatissimo Professore.
Mia madre: -Signora C. (è un’iniziale a caso, per evitare di far nomi) avvisi il Professore che siamo in reparto. Momi ha le contrazioni e una dilatazione di otto centimetri.-
Signora C.: -…
Mia madre: -Signora, mi sente? Avvisi il Professore, magari viene o manda qualcuno della sua equipe…-
Signora C.: -Scusi, però, ma, allora…non venite oggi pomeriggio? Devo cancellare l’appuntamento???-
In pratica il problema della cogliona è diventato subito: oh cazzo, e gli ottanta euro di controllo? E le mie cinque euro di mancia??? Potevamo avvisarla prima, per lo meno, avrebbe rimpiazzato l’appuntamento.

Lasciamo lì la signora C. con questo dubbio emblematico e torniamo in sala parto.

Secondo problema: comincia ufficialmente il travaglio. Momi è sdraiata nel lettone. Entrano due ragazzine in camice verde. La puliscono, la sistemano. Sono circa le diciotto. Momi e io rimaniamo da soli fino alle venti, momento in cui riesco a vedere la testolina del baby. Sta uscendo, dico! Con noi solo una delle due ragazzine, appoggiata al muro, col cellulare in mano, che guarda dalla porta prima che arrivi qualcuno e la becchi a farsi i cazzi suoi. Durante il travaglio sembra quasi disturbata dai mugolii di Momi. Ogni tanto le dice qualcosa come: spinga, spinga. Che sa quasi di: spingi e statti zitta, non rompere le palle, sto cercando di organizzarmi la serata con gli amici. Sono certo comunque, che se fosse accaduto qualcosa di urgente, sarebbe arrivato di corsa un dottore vero.

Terzo problema: Momi spinge, spinge, spinge, e finalmente esce il baby. E’ bellissimo. Chiedo di fare una fotografia e non me lo permettono. Non è questo il problema. Lo mettono in braccio alla mamma, un secondo, e lo portano via per lavarlo. Non è nemmeno questo il problema. Arriva un uomo basso, tignoso, lercio, ed ha un camice bianco. Sarà l’addetto alle pulizie, penso, nella stanzetta c’è un casino tra cartacce, tubi, placenta sul tavolo di metallo. Sono un po’ confuso, e lo ammetto, quando lo chiamano dottore ci rimango di stucco. Ecco il problema. Quest’uomo comincia a mettere le mani su Momi, facendola trasalire. Devo disinfettare e mettere i punti, dice. Lo fa senza un minimo di delicatezza. Vedo Momi sobbalzare letteralmente ogni volta che lui allunga le mani. Non faccia così signora! dice saccente. Ehi amico, puoi anche aspettare che si riprenda, dico io. E lui per tutta risposta dice all’ostetrica che io posso uscire, il mio compito è finito. Così sono costretto ad uscire dalla sala e tornare dai familiari, tutti in trepidante attesa. Momi invece rimane lì, in balia di questo maleducato e facchino. Quando finisce di metterle i punti gli dice: grazie eh! in tono ironico. Lui per tutta risposta: signora lei si deve preoccupare di chi è delicato, che poi si corre il rischio di salire in camera e morire dissanguati perché i punti si aprono.

Dopo questa fase c’è grande felicità. I parenti vedono prima il bambino, poi la mamma. Siamo tutti contenti e torniamo a casa. Lasciando in ospedale neo mamma e suocera. Pensiamo che il peggio è passato, invece no. Il peggio deve ancora venire.

Un’ultima riflessione però, in capitolo medici, la voglio fare.

Quarto problema, tanto per tornare al principio: sono le ventidue. Abbiamo chiamato al nostro ginecologo alle sedici del pomeriggio. Lui era in studio, allora. Di solito smonta alle diciotto, in alcuni casi alle venti. Ancora oggi mi chiedo: ma non avrebbe avuto il tempo, il senso del dovere, la curiosità, di passare dall’ospedale per vedere com’era andata? Ottanta euro al mese, una visita al mese, per nove mesi. Non avrebbe dovuto fare almeno una telefonata?