La degenza: parto (2° parte)

I problemi in realtà sono appena cominciati. Si direbbe quasi che quello appena trascorso sia frutto di un’esagerata agitazione. Siamo tutti emozionati e queste persone ne vedono di gente come noi tutto il giorno, tutti i giorni. Sempre. Risultiamo disgustosi, ne sono certo, con quei toni rotti dall’emozione, dalla fretta. Sono appena le cinque o sei di pomeriggio. La notte è lunga. C’è chi smonta e chi comincia il proprio turno. Sempre uguale. Donne con le gambe aperte con le contrazioni, che si lamentano, e mariti agitati accompagnati da mamme e suocere ancora più agitate. Vista così ci sta un certo livello di indifferenza. Diventa comprensibile. Siamo in sala parto, adesso. Ma i problemi non terminano, continuano. Si apre il capitolo medici, che in teoria dovrebbero essere di un ceto differente rispetto agli infermieri. Dovrebbero almeno avere a cura i propri pazienti. Ecco, a cura. Son dottori, dovrebbero. Infatti.

Il primo problema si presenta quando siamo ancora al secondo piano. In reparto. Verso le sedici. Il ginecologo che ci ha seguiti fino ad oggi non è di turno, e noi non avendo richiesto l’intra moenia o più comunemente servizio a pagamento, non abbiamo diritto a disturbarlo. Lui d’altra parte, pur avendo ricevuto una cospicua somma di denaro per nove mesi, solo per controllare il battito e dire alla neo mamma di non prendere troppi chili, non si sente minimamente in dovere di venire a controllare che sia tutto a posto.

Ricordo come se fosse ieri (in realtà scrivo questo testo dopo tre mesi) il giorno in cui il ginecologo cominciò a parlare della possibilità di entrare in intra moenia. Il terzo piano magico. Quello dove, se paghi (in una struttura pubblica) hai diritto a tutto. E’ una vacanza. Una sorta di valtur. Se pagate a me non interessa, disse. Tanto io non prendo nulla. Sono tutte tasse. Però sarei costretto a venire anche di notte, per seguire il parto. Il 17 aprile questo nominato dottore catanese era in studio. Noi avevamo un appuntamento per effettuare un controllo pre parto, per le quattro di pomeriggio. Qui comincia effettivamente il primo problema.

Primo problema: mia madre chiama in studio per avvisare che Momi è entrata in travaglio. Risponde la segretaria del Nominatissimo Professore.
Mia madre: -Signora C. (è un’iniziale a caso, per evitare di far nomi) avvisi il Professore che siamo in reparto. Momi ha le contrazioni e una dilatazione di otto centimetri.-
Signora C.: -…
Mia madre: -Signora, mi sente? Avvisi il Professore, magari viene o manda qualcuno della sua equipe…-
Signora C.: -Scusi, però, ma, allora…non venite oggi pomeriggio? Devo cancellare l’appuntamento???-
In pratica il problema della cogliona è diventato subito: oh cazzo, e gli ottanta euro di controllo? E le mie cinque euro di mancia??? Potevamo avvisarla prima, per lo meno, avrebbe rimpiazzato l’appuntamento.

Lasciamo lì la signora C. con questo dubbio emblematico e torniamo in sala parto.

Secondo problema: comincia ufficialmente il travaglio. Momi è sdraiata nel lettone. Entrano due ragazzine in camice verde. La puliscono, la sistemano. Sono circa le diciotto. Momi e io rimaniamo da soli fino alle venti, momento in cui riesco a vedere la testolina del baby. Sta uscendo, dico! Con noi solo una delle due ragazzine, appoggiata al muro, col cellulare in mano, che guarda dalla porta prima che arrivi qualcuno e la becchi a farsi i cazzi suoi. Durante il travaglio sembra quasi disturbata dai mugolii di Momi. Ogni tanto le dice qualcosa come: spinga, spinga. Che sa quasi di: spingi e statti zitta, non rompere le palle, sto cercando di organizzarmi la serata con gli amici. Sono certo comunque, che se fosse accaduto qualcosa di urgente, sarebbe arrivato di corsa un dottore vero.

Terzo problema: Momi spinge, spinge, spinge, e finalmente esce il baby. E’ bellissimo. Chiedo di fare una fotografia e non me lo permettono. Non è questo il problema. Lo mettono in braccio alla mamma, un secondo, e lo portano via per lavarlo. Non è nemmeno questo il problema. Arriva un uomo basso, tignoso, lercio, ed ha un camice bianco. Sarà l’addetto alle pulizie, penso, nella stanzetta c’è un casino tra cartacce, tubi, placenta sul tavolo di metallo. Sono un po’ confuso, e lo ammetto, quando lo chiamano dottore ci rimango di stucco. Ecco il problema. Quest’uomo comincia a mettere le mani su Momi, facendola trasalire. Devo disinfettare e mettere i punti, dice. Lo fa senza un minimo di delicatezza. Vedo Momi sobbalzare letteralmente ogni volta che lui allunga le mani. Non faccia così signora! dice saccente. Ehi amico, puoi anche aspettare che si riprenda, dico io. E lui per tutta risposta dice all’ostetrica che io posso uscire, il mio compito è finito. Così sono costretto ad uscire dalla sala e tornare dai familiari, tutti in trepidante attesa. Momi invece rimane lì, in balia di questo maleducato e facchino. Quando finisce di metterle i punti gli dice: grazie eh! in tono ironico. Lui per tutta risposta: signora lei si deve preoccupare di chi è delicato, che poi si corre il rischio di salire in camera e morire dissanguati perché i punti si aprono.

Dopo questa fase c’è grande felicità. I parenti vedono prima il bambino, poi la mamma. Siamo tutti contenti e torniamo a casa. Lasciando in ospedale neo mamma e suocera. Pensiamo che il peggio è passato, invece no. Il peggio deve ancora venire.

Un’ultima riflessione però, in capitolo medici, la voglio fare.

Quarto problema, tanto per tornare al principio: sono le ventidue. Abbiamo chiamato al nostro ginecologo alle sedici del pomeriggio. Lui era in studio, allora. Di solito smonta alle diciotto, in alcuni casi alle venti. Ancora oggi mi chiedo: ma non avrebbe avuto il tempo, il senso del dovere, la curiosità, di passare dall’ospedale per vedere com’era andata? Ottanta euro al mese, una visita al mese, per nove mesi. Non avrebbe dovuto fare almeno una telefonata?

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