Figli

Dentini e cibarie di casa

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Io e la mamma amiamo mangiare. Stasera ti scrivo ubriaco di Cheesecake. Un po’ per caso mentre tornavo a casa mi sono trovato davanti alla famosa pasticceria e mi son detto “ma si, compro una torta!”. Ultimamente non ci siamo passati molti capricci, e siccome ho da riconquistare il cuore della mamma (di questo scriverò), e abbiamo anche un evento da festeggiare, sono entrato e ho scelto due fette di Cheesecake, una alla nutella, e una classica. Due mattoni incredibili, sormontati da panna montata. Calorie su calorie. Ho l’esofago impastato di cioccolata e formaggio, una sensazione nauseabonda, ma anche inebriante. Credo tu sia troppo piccolo per capire, con le pappette che mangi, e quel poco di carne omogeneizzata e verdure. Avremo una grossa responsabilità, un giorno dovremo abituarti a mangiare sano. Niente merendine, niente cioccolata, niente pezzi di tavola calda, niente bibite gassate. Tanta frutta, tante verdure, tanta roba naturale. Boh, a volte guardo la mamma e sorrido. La moda del momento è far comparire sui social network articoli perbenisti in cui studiosi dal nome impronunciabile di università straniere lontane elencano marche di cibi dannose, contenenti grassi transgenici, nitriti di sodio…che? Cosa? M’immagino ciccioni mutanti vestiti da donna che affollano corridoi di supermercati e nitriscono una schiuma bianca sospetta. Un tizio col camice bianco e gli occhialoni, in una mano un tazzone di caffé (si ammazzano col caffé, e poi vengono a farci la ramanzina) e nell’altra una provetta, ne estrae un campione e lo assaggia, “è salato” urla. Una follia! Dico! Non darei mai da mangiare al mio bimbo una barretta di polistirolo ricoperta da petrolio e agenti chimici!

Tornando alla nostra serata, l’evento da festeggiare, prima che sembri voglia farlo passare in secondo piano, è che finalmente è spuntato un piccolo puntino bianco sulle tue gengive inferiori. E´apparso per mezza giornata poi s’è nascosto. Forse perché ti è gonfiato tutto, in zona. Così pare che almeno questo (il ritardo intendo, non il dentino) l’abbia preso da tuo padre. Come le orecchie, i piedi grandi e le sopracciglia lunghe. Si sa…sono i dettagli che fanno la differenza!

Oltre la cheesecake stasera abbiamo mangiato un altro dei nostri piatti preferiti. Quando dico alla gente che impazzisco per gli spaghetti di riso, le reazioni sono concordanti. Che schifo! Poi se specifico che li mangio con una dose massiccia di ortaggi, inzuppati nella salsa di soia, apriti cielo! Era la reazione che avevo anch’io prima di assaggiarli. Ho sempre detestato i ristoranti cinesi. La prima volta non avevo più di vent’anni. Ricordo che ordinai gli involtini primavera, emanavano un puzzo di fogna che il solo ricordo mi mette ansia. Poi dei ravioli grossi quanto due mafaldine, e anche da lì un puzzo di fogna. Volevo il gelato fritto, ma l’avevano terminato. Ordinai del sakè per dare un senso alla serata, ma anche quello esaurito. Per farsi perdonare mi portarono un bicchierino di liquore con dentro una prugna secca. Odio le prugne secche.
Sono tornato in un ristorante cinese con la mamma, parecchi anni dopo. Era una specie di self service, paghi venti euro e mangi quanto vuoi, a patto che mangi tutto quello che metti nel piatto. E´impossibile, che cazzo. Ci metto dentro delle palline che sembrano arancini invece c’è una specie di pastella giallognola e una cosa marroncina. Fanculo, davvero, che si fottano i cinesi e la merda che servono.

Gli spaghetti di riso però, fatti in casa, saltati con le verdure e la salsa di soia, no. Sono una storia a parte. Ogni tanto soffriggiamo anche del pollo, o della carne, e mischiamo tutto. Chi fa per se fa per tre. Questo dice padron Toni. Così va la vita. Provare per credere.

Ma l’insegnamento principale, stasera, è: mai fidarsi dei cinesi.

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Trent’anni fa…

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Trent’anni fa ero un bimbo di sei giorni. Le prospettive sono cambiate in maniera irreversibile. Facendo due calcoli banali, un altro tanto e saranno sessanta, mentre tu ne avrai trenta. E magari sarai al posto mio a farti due conti. Io a trent’anni posso tirare una linea netta. È come rinascere, però più stressati, stanchi, svogliati. Trovo energia nei tuoi sorrisi e nelle tue smorfie. Se non ci fossi stato tu, ho come la sensazione che la mia sarebbe stata un’esistenza piatta. Guardandomi indietro ho un deserto che solo la mamma ha saputo rendere più romantico e vivo. Andando indietro ad intervalli di decenni, non ho ricordi precisi di una domenica pomeriggio di dicembre del 1993. Posso solo ipotizzare che c’erano i compiti da fare, e voglia di giocare con i miei fratelli. Nel 1993 non c’era un cazzo di quello che c’è oggi. Videogiochi, internet, cellulari…a stento una ventina di canali in televisione. Sono stato un bambino spensierato, e dovrei ringraziare i nonni per questo. Nel 2003 invece ero più grandetto, e cercavo di costruire un “me” profondo e consapevole. Avevo cominciato a scrivere da qualche anno e dentro la mia testa continuavo a ripetermi: Stephen King ha pubblicato il suo primo libro a 21 anni, ho ancora tempo, ho ancora tempo. Me lo sono ripetuto per qualche anno poi ho smesso. La domenica dopo i miei vent’anni probabilmente mi annoiavo a casa, con la fidanzatina di quel periodo. È strano ripensarci perché in effetti sarei dovuto essere più maturo. Invece ero un ragazzino viziato. Avevo tutto e sognavo una vita in eremitaggio per capire cosa significasse non avere nulla. Sentivo di avere la fossa già scavata. Avrei continuato il lavoro dei nonni, portato avanti l’azienda, sarei sprofondato in un lavoro monotono e la vita sarebbe stata un deserto arido e piatto. Odiavo questa eventualità, volevo fare altro, volevo scrivere, girare il mondo, e morire a 26 anni realizzato. Oggi è domenica, sono a lavoro, quel lavoro che odiavo. Sono passati 10 anni, e c’è chi dice che passano in fretta. Io no. Sembra passata un’eternità dalla domenica dei vent’anni. Sono successe così tante cose che stento a riconoscermi. Tiro questa linea e guardandomi intorno sento che, nonostante io non abbia ottenuto quello che volevo quando ero un sognatore, ho fatto più di quanto credevo potessi fare. Mi pavoneggio e vado fiero di avere la mia famiglia. Capisco qualcosa in più della vita, forse. Ho ancora tanta strada da fare per diventare una persona matura, ma ti confesso che non ho voglia di farla di premura. I miei propositi per i prossimi dieci anni (che arrivati a 40 non puoi più pensare che un altro tanto e saranno 80, sarebbe veramente troppo) sono godermi il mio bambino, farne almeno un altro, e crescervi a modo mio. Per quel che ne so sarà divertente. Non ne so nulla. Per questo sarà il viaggio più bello di tutti.

Nuovo arrivo in famiglia

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Ormai sei grande quindi ho deciso che scriverò rivolgendomi direttamente a te. Ieri mattina siamo andati a trovare la cuginetta, nata il 25 ottobre. Presto comincerò a raccontarti qualcosa della tua famiglia. Così conoscerai chi siamo adesso, ad anni da come ci conoscerai quando capirai. La cuginetta intanto pesa qualcosina in più di te, e sembra così piccola! Quindi, ne deduco, anche tu eri così minuscolo quando sei nato. L’avevo dimenticato. Sarà perché cresci così velocemente. E´da qualche giorno che provi ad alzarti in piedi. Ti arrampichi ovunque, non stai fermo un solo attimo della giornata. Sgambetti, gattoni, tocchi ogni cosa. Ci e ti metti alla prova e sei testone come il tuo papà, non ti arrendi facilmente, anche se non riesci a oltrepassare barriere impenetrabili come un cuscino o il lenzuolo arricciato. Fai versi, non parli e non ci sono dentini all’orizzonte, ma fidati, quando la gente ti vede, pensano tutti che hai otto o nove mesi. E infondo non sei nemmeno così ciccione come dicono o così lungo. L’ultima misurazione dal pediatra dice otto kg e mezzo per sessantasette centimetri. Quindi sarà l’espressività che hai, quel modo di sorridere a tutti da gran ruffiano. Cicisbeo, per l’appunto. Dal quale proviene Cicis. Ieri sera hai corteggiato una bimba in farmacia. Lei aveva qualche annetto in più ma sei irresistibile, un gran conquistatore. Era successo pure al supermercato. Guardandoti abbiamo deciso con la mamma che ti faremo fare almeno tre sport al giorno. Se no chi ti tiene! Ci sarà proprio da divertirsi…

Ferragosto 2013

Augusto Ottaviano

Il ferragosto in famiglia, con un bimbo di quasi quattro mesi, è totalmente diverso da quel che potrebbe essere un qualsiasi ferragosto della mia vita. Ho sempre vissuto la notte del 14 agosto come se fosse capodanno, e il 15 mezzo abbattuto al mare, a smaltire rifiuti alcolici come una discarica abusiva sul bagnasciuga. Con un bimbo le cose cambiano. Così eccomi qui a raccontarvi il Feriae Augusti 2013.

La serata del 14 era organizzata in maniera diversa dal solito, ma pur sempre organizzata. A casa della suocera con i cuginetti più grandi. Sono ragazzini ormai, quindi niente a che spartire con un bebè. Non ho aspettative, non ci sono cartoni di birre da terminare, ne gare alcoliche da fronteggiare. Soltanto del pollo con le patate per menu, e vabbè, una bottiglia da 33 ci scappa. Spero. Non sono mica l’unico adulto, e l’amore che provo verso l’alcol non è di certo celato alle folle. Alle sette e un quarto chiudo il negozio e salgo dalla suocera, dove mi aspettano moglie e figlio. Trovo entrambi sul balconcino che da sulla strada interna della via. Il piccolo con gli occhietti gonfi e arrossati, la grande con una smorfia che la dice lunga sul suo stato fisico e mentale. A pezzi. La schiena ammaccata, i polsi doloranti, le occhiaie nere. Che è successo? chiedo. Niente, è nervoso. Così proviamo ad addormentarlo in balcone, con la danza degli indiani che fa più o meno così: ooiooiooiooh e riparte al ritmo di un tamburo tribale. Lui sembra placarsi e sono contento. Credo che la sicurezza morale di un genitore si trasmetta in serenità nel figlio. Ooiooiooiooh! Sembra esservi addormentato. Così entriamo e lo poggiamo nel lettone. Uuuunghueeeé! Fregati! Ricomincia a piangere come un matto. E´la prima volta che gli vedo spuntare una lacrimuccia. Tutto ciò è troppo, persino per me. Decidiamo di abbandonare l’allegra comitiva composta da suocera, zio (fratello della suocera) e figli, bisnonna (mamma della suocera) e nipotina in attesa genitori. Il nostro bebè è molto presuntuoso, testardo e capriccioso, fisicamente è tutto sua madre, ma in carattere credo abbia preso dal papà. Oltre per le orecchie e le gambette storte. Ma quelli sono dettagli per fare lo scrupoloso. Decidiamo di tornarcene a casa quindi, ma prima passiamo da una famosa gelateria di Catania per comprarci almeno un gelato, e festeggiare a modo nostro. Alle nove il piccolo è a letto, noi beviamo la nostra birra, una bud da 33 divisa in due, e dopo un piatto di pollo brodoso con patate a domicilio ci gustiamo il nostro gelato. Non riusciamo nemmeno a finirlo. Dico la verità. Mangiamo meno di prima, ma ingrassiamo. Sarà la felicità, è come scoprire l’acqua fredda. Siamo a letto alle dieci di sera. I fuochi d’artificio della spiaggia, che sono lontani parecchi chilometri, e anni, non disturbano il nostro sonno.

Il 15, ferragosto.
Ci svegliamo presto, come ogni mattina. Alle sei e mezza operativi. Speriamo sempre si riaddormenti, è una vana speranza. Eppure ogni volta ci proviamo. Così ci alziamo e andiamo a fare colazione. Mangio i cereali, ci sono le nocciole, so già che la pagherò cara. Dobbiamo deciderci sul da farsi. Perché con un piccolo bebè capriccioso non si sa mai come va a finire. L’imprevedibilità della vita. Persino quella cambia. Un giorno pensi: basta, domani parto per posti sconosciuti…poi non sai nemmeno se riesci ad andare al mare dai tuoi genitori. Anche questo significa avere un figlio. Guardiamo annoiati un telegiornale, sapendo già cosa capita nel mondo, è tutta l’estate che non si parla d’altro. Il governo, la grazia, gli spiaggiati. Tra foto scioccanti di tifoni nell’entroterra siciliana, manco fossimo ai tropici, decidiamo di farci forza e partire per il mare. Tra il bagnetto, la cacca, il sonnino del mattino, la doccia (nostra) siamo pronti per le dodici e arriviamo al mare per mezzogiorno. Oggi il baby sembra essere più accondiscendente, e non senza qualche capriccio, ci consente di mangiare in abbondanza e tranquillità. Io mi scolo tre bottiglie di birra e mezza, ricaricando il mio ego alcolizzato e pensando che si, ce la posso ancora fare, mi addormento sulla sdraio.

La situazione regge, forse grazie al crollo della sera precedente, e per finire il pomeriggio riusciamo a portarti persino in spiaggia, dove per la prima volta vedi il mare. I tuoi occhi grigi si fermano ad osservarlo, e sembri assorto in pensieri molto più grandi di te. Non ti nascondo che ogni giorno che passa sono sempre più innamorato di te e di quel modo che hai di guardarti intorno. So che è sbagliato avere delle pretese sui figli, ma mi auguro che questa curiosità te la porti dietro per l’intera durata della tua vita. Guardiamo tutti te, mentre tu guardi il mare. E ascolti le onde, con il tuo cappellino rosso sulla fronte, ancora troppo grande (seppur così minuscolo). Rientriamo solo quando sembri stanco e cominci a stropicciarti gli occhi. Si torna a casa, e si va a ninna, alle otto di sera sei k.o.

Momi adesso dorme al tuo fianco. Siete la mia famiglia. La cosa più importante che ho. So che la descrizione di questo evento è molto semplice. Infondo non abbiamo fatto nulla di speciale. Una volta i ferragosti forse erano più divertenti, ma rimaneva dentro un’insoddisfazione più grande di me. Oggi sono pieno, stanco e felice. Per questo vi ringrazio entrambi.

Il Falso del Tutto Compreso

Era da un po’ che volevo scrivere un post intitolato così. E´un argomento ostico, pericoloso, che non tutti potrebbero capire per quanto profondamente radicato nella nostra cultura. Linee Flat, abbonamenti No Limits, internet per sempre. Paghi due prendi tre. Fu così che la regola più semplice di marketing, l’offerta, s’è fatta furiosa. E ora le grandi industrie arrivano a promettere il tutto senza limiti, per una spesa modica. Chi più, chi meno. Noi clienti modello, italiani, fessi, ci caschiamo tutti i giorni. D’altronde perché accontentarsi di 5 mega, quando puoi averne infiniti! Io non so nemmeno cosa cazzo significhi. Sono il primo però che ha mutato l’abbonamento di casa in un tutto compreso. Ci risparmio, ho pensato, e soprattutto faccio quello che mi pare. Mi scordo di scollegare il pc?! No problem. Chiamo a mio fratello? Perché dovrei trattenermi e chiudere dopo due minuti?! Tutto compreso. Viva la comodità.

In realtà, non ci vuole molto a capirlo, questo è un pensiero superficiale. Quasi banale, alla portata di tutti. E´un primo livello. Uno spunto di riflessione. Il discorso secondo me è molto più profondo, molto più serio. Parliamoci chiaramente. Che bisogno ho di avere internet 24 ore su 24, quando a casa uso il pc solo per 2 ore? Perché dovrei parlare all’infinito al telefono quando potrei benissimo farne a meno? Questo abbonamento quanto mi farà risparmiare? E quanto mi vincola? Queste sono le risposte di primo livello.

Bisogna scendere ad un pensiero differente, per capire il fenomeno, che prima ho definito culturale. Ho la mia teoria. E´un complotto. Ci fregano con le promesse del tutto garantito, ci fanno sentire al sicuro, questo possiamo averlo, lo paghiamo caro, certo, ma possiamo permettercelo. No, non è vero! Possiamo farne benissimo a meno. E dico di più: possiamo vivere meglio senza. Ci vogliono incastrare. Ci incollano ad un computer, a tempo indeterminato, per farci vivere vite virtuali. Siamo meno pericolosi qui dentro. Rimangono tutti discorsi campati in aria. E inoltre riescono a capire da dove parte la scintilla, e riescono a gestirla a loro favore, ci soffiano su nella direzione che vogliono che essa prenda. Ho un figlio, e queste cose oggi le capisco meglio di ieri. Vogliono fregargli il futuro. Vogliono ridurlo in un barattolo quadrato pieno di quel che vogliono loro. Non sarà così. E´una promessa da padre a padri.

Così, non è vero che la letteratura è morta, la musica è morta, i capolavori cinematografici sono morti, noi siamo morti. Non è vero. Noi siamo qua, dobbiamo solo staccarci dalla playstation, da facebook, dalla tv, dai cellulari. Bisogna accendere le menti. Da padre a padri, forse per me è tardi, e ci sono cascato dentro come un pollo. Lotterò per uscirne. Lo farò perché mio figlio, e quelli che verranno, crescano tra le mie storie, tra le favole di vecchi artisti. In maniera romantica. Credano in quel che più gli piace. Non spegnerò la loro fantasia, e non permetterò che qualcun altro lo faccia con futili trucchetti commerciali. Di tutto il resto del mondo, in questo momento, mi importa poco. Una volta sarebbe stato diverso. Oggi credo molto più di ieri nella libertà di pensiero e di azione. Salvatevi da soli. Io sto già facendo la mia parte.

I sacrifici di una mamma (La reclusione)

Oppure: Le 5 euro nuove.

I sacrifici di una mamma, rispetto quelli di un papà, sono molto diversi. Se il papà è costretto a sopportare le angherie dei nonni, l’astinenza e la nuova sacralità del sesso, le domeniche a casa, la scomparsa della maggior parte degli amici, la stanchezza continua dovuta alla mancanza di sonno e all’apprensione perenne della moglie/mamma, e se quindi la sfera sacrificale è molto ampia ed include diversi ambienti e diverse situazioni, per la mamma invece è completamente diverso. I sacrifici vengono raccolti tutti in un unico grande insieme, per l’appunto, la reclusione. La mamma infatti è obbligata a rimanere a casa per accudire il piccolo. Quest’attività, e ne sono testimone, impegna parecchie delle 24 ore messe a disposizione dal standard temporale della giornata tipica. Si comincia (o in realtà non si finisce mai?) la mattina presto, alle sei, con la prima poppata. Poi c’è la cacca, il cambio del pannolino, ogni giorno più pestilenziale. Se siamo fortunati il baby si riaddormenta. Se no facciamo colazione tutti insieme, noi tre, verso le sette. In questo caso si procede a turno. Prima mangia lei e io tengo il baby, poi mangio io. Allora mi vesto e vado via. Siamo appena all’inizio. Si procede con il passeggiare il baby fino a quando non si addormenta, verso le dieci se tutto va bene. Nel frattempo viene accesa la tv, nella speranza che non facciano gli stessi programmi del giorno prima, che per quel senso ciclico senza fine, non si sa se sia lunedì, martedì o venerdì. Una volta che il bambino s’è addormentato bisogna come minimo lavare i piatti, attivare la lavatrice, pulire quel che si riesce della casa, stendere la biancheria pulita, e il pupo è lì che si muove nel lettone, piange, sbatte i piedi. Altra poppata, cacca, pannolino, passeggiata, e sono ancora le dodici. Insomma vi immaginate la sensazione di alienazione che ne deriva? Il ciclo ricomincia ma all’una torno a casa dal lavoro e cucino, sporco le pentole, i piatti, mangiamo, addormentiamo il baby, e vado via. Pronti? Via! Si ricomincia: la mamma lava i piatti, altre pulizie, altra biancheria, il baby che piange, la poppata, la cacca, il pannolino, la passeggiata. Credetemi, è stancante. La settimana sembra infinita. Quando finisce, la domenica, non sempre, capita di essere in giro. Abbiamo un’autonomia di circa cinquanta minuti, senza il piccolo. Lo lasciamo alla prima nonna disponibile e andiamo a fare una passeggiata supersonica al centro commerciale più vicino. Per spezzare la monotonia, vedere altra gente, cambiare aria. In macchina alla radio passano un pezzo di circa tre mesi fa.
-Ma è la nuova dei Daft Punk?- chiede Momi.
-Ehm, si, più o meno- le rispondo.
Come le spiego che è da tre mesi la canzone più suonata alla radio, in cima a tutte le classifiche internazionali, tormentone dell’estate?! Rido.
Nel frattempo siamo dentro ad un negozio, per farvi capire la velocità del tutto. Ho già scelto, provato, e pago due magliette. La commessa mi torna il resto. Cinque euro.
-Guardi che sono false- dice Momi, -ma ti rendi conto? è evidente, sono totalmente diverse…-
Io le faccio cenno con la testa. Sssh!
-Anche il colore, sembrano quelle del monopoli!-
La commessa sgrana gli occhi. Non sa che fare, è tesa, imbarazzata.
-Sono le cinque euro nuove- dice, -non le ha mai viste?-

I sacrifici di un papà (intro)

Mi ingelosisco ogni tanto, sfogliando le varie pagine dei forum dedicate alle donne incinta e alle neo mamme. Ma ai neo papà? Chi ci pensa??? Eppure, credo che anche noi maschietti, una volta nato il bebè, siamo chiamati a tanti sacrifici. Cambiano così tante cose che se qualcuno mi domanda: ma com’è diventata la tua vita? Rispondo: E´ finita, la mia vita. Qualcuno, scetticamente, mi dice di essere esagerato. Ma fatelo un figlio, e poi ne riparliamo. Sono l’unico, tra i miei amici, ad aver fatto questo importante passo. E quasi tutti mi rispondono che, no, non possono per via della crisi, e allora aspetta e spera! Altri mi dicono che vogliono spararsi le ultime cartucce. Sparatevele bene! La vita per un neo papà non solo cambia, in un certo modo si annienta. Non prendiamocela a male, non c’è da essere orgogliosi in questo caso, avete fatto un figlio, c’è soltanto da lasciarsi andare verso quel baratro meraviglioso che è la nostra nuova essenza. Senza rancori. Non vi ha obbligato nessuno.

Per cominciare: diventiamo schiavi delle neo mamme, siamo costretti ad andare da soli al supermercato. Sbaglio a comprare l’ammorbidente?! E´ una tragedia! Compra i pomodorini, mi dice. Io compro una confezione di pomodorini e quando torno mi dice: cazzo hai comprato?! Io volevo la passata di pomodorini! Ecco, tutto questo riduce la mia autostima ad un pannolino sporco buttato nella spazzatura.

Te lo meriti! direbbe qualcuno. E infondo, forse, è vero. Troppo egocentrico. L’ho detto anche prima di sposarmi, al confessore. Lui l’aveva predetto: non avrai più modo di pensare a te stesso. Vero. Verissimo. Mi chiedo come, un uomo di chiesa, che di famiglia sa solo la teoria, possa essere stato così obiettivo.

Il mio io, adesso, è responsabile non solo del mio futuro, e di quello di mia moglie. Sono responsabile principalmente dell’avvenire del mio bambino. Bel da farsi. Per fortuna non esistono manuali, e anche se esistessero congetture, per fortuna ho il carattere che ho e di certo non le prenderei in considerazione. Così mi viene da ridere quando leggo tutti quei discorsi su come comportarsi nel caso in cui lui non voglia dormire nella culla. Su cosa fare quando ha le coliche. Se piange di notte. Scopro che ci sono dottori che hanno studiato tutta la vita i comportamenti dei bambini, e che per questo in ogni situazione, sanno cosa bisogna fare. Come se tutti i bambini fossero uguali! Seguire queste cazzate sarebbe il primo passo per trasformare mio figlio in un essere uguale ad altri milioni di figli. E allora: piange? e io lo faccio ballare e canto; ma perché non gli dai il ciuccio? perché non ho mai visto un cane o un gatto ciucciare un ciuccio, e nemmeno scimmie, delfini, rinoceronti, giraffe; non dorme nella culla? e lo faccio dormire a letto con noi. Crescerà come dirà il nostro istinto, e cestino per sempre anni e anni di ricerca medica.

Così, il primo grande sacrificio a cui siamo chiamati noi neo papà è rinunciare a noi stessi. Cominciare a pensare alla famiglia, cambiare gli schemi e le priorità. La stessa cosa succede alle neo mamme, ma il processo è diverso. Loro sanno già quello che succede, è insito nella stessa natura di donna. Noi invece arriviamo al parto totalmente impreparati. Lo scopriamo giorno per giorno, cosa significa crescere un bambino.

Poi quando sarà grande e magari avrà nel cervello qualche cellula di insana moralità degna del suo papà, forse la mia autostima ritornerà a crescere, esplodendo in un mare di orgoglio, tutto blu e verde, con la schiuma bianca delle onde che si infrange sugli scogli di questa vita così irrazionale.

Reso conto economico di fine Aprile

Questo blog non appena sarai abbastanza grande diventerà cartaceo, e testimonierà le difficoltà che abbiamo passato e passeremo per mantenere e far crescere la nostra famiglia nella nazione Italia negli anni della più grande crisi ecnomico-sociale che si sia mai rregistrata. Il titolo non è casuale. Abbiamo deciso per Venti ossa rotte perché, si dice, è la misurazione del dolore che prova una donna partorendo. Venti ossa rotte tutte contemporaneamente. Finisse lì, mi sono detto! Poi c’è tutto il resto…quante ossa ci dovremo rompere per mantenere e far crescere la nostra famiglia italiana? I sacrifici sono tantissimi. Al momento siamo a stecchetto. Insieme guadagnamo 1400 euro al mese. Ma lavorando per noi stessi non sono mai garantiti. Significa che un mese possiamo permetterci lo stipendio, un mese no, e prendiamo solo il necessario. Questo aprile per esempio è stato pieno di sorprese. Sei arrivato tu, ed è stato il costo minore, credimi. Comunque, saresti valso qualsiasi spesa! Da qualche giorno sono arrivate anche le bollette di telecom, di enel, e di sky. Si parla di quasi 300 euro totali. Considerando che spendiamo almeno 40 euro a settimana di benzina per andare a lavoro (e non usciamo mai, perché chi se lo può permettere?), che diventano 160 euro al mese. E ci sono le rate della macchina da pagare, più quelle della moto, comprate entrambe in tempi più felici, per un complessivo di 580 euro. Più ipad in abbonamento 39 euro. Siamo già ad una spesa di 1079 euro. Queste per adesso sono spese fisse. Non possiamo cambiarle. Aggiungiamo però guasto moto 80 euro, bombola gas 26 euro, 18 euro di matherfucker vitamine, arriviamo ad un complessivo di spese pari a: 1203 euro. Con i rimanenti 197 facciamo spesa che di solito si stringe allo stretto e necessario. Non arrivo a pagare bolli, revisioni, tasse di vario genere. Quando sarà il momento vedremo che fare…per adesso si tira avanti. Felicissimamente. Alla faccia della rivoluzione sociale!

La nascita, seconda parte.

Eccoci in sala operatoria ordunque! Ha una porta sul retro, dalla quale sono entrato io, e una più grande, scorrevole, sul corridoio principale. E´da quello che entrano ed escono le infermiere, ostetriche, dottori, gente a passeggio come fossimo in via Etnea. In questo momento c’è una ragazza con il camice blu che sistema gli attrezzi del mestiere, e la mamma girata di fianco sul letto al centro della sala. Le hanno riattaccato il macchinario per sentire le tue pulsazioni. Hai un treno per cuore. Batte a 140 al minuto. Il suono è continuo e rassicurante. Riempie ogni angolo della mia testa e sono la dentro, ma in realtà distante, perso nel niente dei miei pensieri. Non sembra nemmeno una sala parto. Uno sgabuzzino forse, attrezzato con la grossa lampada da dentista, un tavolo in metallo dove ci sono delle garze e degli oggetti lucenti, un comodino con tanti cassetti con le etichette descrittive. Guanti. Siringhe. Cuffie per scarpe. Cuffie da doccia. Cose del genere! Guardo in giro e noto una grossa poltrona blu, con i braccioli smontati. Sarà lì che riposerò ogni tanto. E sopra la poltrona ci sta un orologio rotondo cromato. Sono le sei e il travaglio è appena cominciato. La mamma soffre come non so che. Forse è questo il dolore che in molti descrivono come venti ossa rotte contemporaneamente. O forse sarà il momento in cui uscirai. Non so. Dovrei chiederlo a lei. Più in là, quando acquisterà lucidità mentale, e riuscirà a descrivere la sua versione dei fatti. Questa è la mia. E io sono lì dentro, anche se la mia mente vaga tra gli universi creati da ogni tuo battito, piccoli mondi pieni di meraviglie, con la porta aperta e tutti che passano e se ne fregano della magia che sta per travolgerci. Tengo la mano di mia moglie, rannicchiata tutta su se stessa. Piccola come un topino dolorante. Respira velocemente, non si ferma un attimo. E cominciano le danze. Ahi ahi ahi ahi. La contrazione. Le dico piano, con calma, di respirare a fondo. Lei lo fa, aspira aria con violenza, e la butta fuori in mille ahiahiahiahia. Poi si quieta. Guardo l’orologio e per farlo mi avvito sul collo. Questo movimento, ripetuto per quattro ore, mi procurerà un gran mal di testa, a fine serata. Passano appena due minuti. Ed ecco una nuova contrazione. Il topino indifeso, spalmato sul lettone, freme per cadere ancora una volta in uno stato di incoscienza comatosa. Passa circa un ora, mentre io sto lì ad immaginare che faccia hai. Guardo l’orologio. Il tempo non passa mai. E quel suono continuo del tuo cuore. La mamma freme e respira affannosamente. Passa un’ora ma sembrano dieci. Siamo soli, io e lei. Cerco di fare del mio meglio, solo che la battaglia è la sua. La incoraggio. Mentre quelle infermiere, o non so cosa fossero, entrano ed escono incuranti del dolore e della bellezza di quello che sta accadendo. Sento delle voci, ogni tanto, che mi dicono di non guardare. Che magari se guardo mi passa il desiderio, perché vedo il corpo di mia moglie in maniera diversa. Ma siamo soli, io e lei, lì dentro, e tu sei la nostra lotta. Non potrei mai guardare la donna che ti ha messo al mondo in maniera differente. Con l’occhio disgustato. Ha la mia più grande ammirazione, è il mio idolo. Non posso che amarla e desiderarla ogni giorno di più per il resto della mia vita per quello che ha fatto e per come l’ha fatto. Guardo Lori soffrire, la ragazza col camice tira fuori il cellulare e scrive alle sue amiche che è in sala parto, ogni tanto lancia uno sguardo lungo il corridoio, prima che arrivi il dottore, e continua il suo messaggio. Respira, respira. Brava. E´la mia voce. Ahiahiahiahia. E´la vocina della mamma. Passa un’ora, dicevo, e finalmente entra una dottoressa. Controlla la dilatazione e ci siamo. Il tunnel si apre, per te è tutta di calata adesso. “Signora, ora devi solo spingere”, dice. “Aggrappati alle maniglie, e appena arriva la contrazione spingi come se dovessi fare la cacca.” Sembra facile, penso. Non lo è, dal suo sforzo disumano. Sono le sette circa, quando comincia a spingere. Tra una contrazione e l’altra, la mamma è talmente sfinita che sembra svenire. Le stringo la mano, la incito a spingere più forte. Siamo sempre soli, io e lei. Tu ci sei quasi. Non so se sarò pronto a mostrarti cosa ti spetta qui fuori. Non so come dovrò mostrartelo. Cantando, magari. E ballando. Spero di non piangere. E tutti ci fanno i complimenti. Qualcuno crede persino che tu non sia il primo, che l’abbiamo già fatto. C’è chi vuole sapere dove abbiamo fatto il corso pre-parto. “No, è il primo. No, non l’abbiamo fatto il corso”, rispondo con un sorriso largo così sulla faccia. Io mi vanto di amare la mamma. Quello che facciamo nasce da quello che proviamo. Ci viene naturale essere in sintonia. Così spingi, e respira, spingi e respira, dopo un’ora e mezza di torcicollo e battiti del tuo cuore, finalmente vedo spuntare dei capelli. Non piangere, mi ripeto, e inghiotto un singhiozzo. “Lo vedo” dico alla tua mamma. Che non ci crede. O forse non mi sente. Non saprei. La ragazza col cellulare in mano invece si, mi sente. E viene a controllare. “Si vede la testa???” dice! “Oddio, devo chiamare qualcuno!!!” E spuntano cinque/sei persone armate di camici, forbici, cose di cui poco mi curo. Guardo i tuoi capelli muoversi li sotto, e inghiotto singhiozzi. Devo calmarmi. La situazione si velocizza. Alzano il letto, mi spingono di lato. Smontano la parte finale, allargano per bene le gambe della mamma e le fermano a dei supporti spuntati dal nulla. “Signora, ora trattenga la spinta e quando lo dico io espella!” dice una donna. “Se vuole può gridare” dice un dottore. Ah già…dimenticavo. La tua mamma non ha gridato nemmeno per un momento. Ne ha fatto solo uno, di urlo, stridulo e breve. L’ho guardata in viso perché era rivolto a me. Come per dirmi “fa che esca presto” e così è stato. La tua testolina blu è venuta fuori verso il basso. La dottoressa l’ha girata piano, prendendoti dalle guance, e con un colpo deciso ti ha tirato fuori. Vedo ancora la tua pelle torcersi per la pressione delle dita della dottoressa. E il tuo corpo uscire tutto attorcigliato al cordone. La maggior parte della gente pensa che quando nasce un bambino, lo prendano dai piedi e lo sculacciano per farlo piangere e liberare i polmoni. No. Tu sei uscito e nemmeno il tempo hai fatto due colpetti di pianto. Ti hanno poggiato così com’eri, blu e bagnato, sul petto della mamma. Lei mi ha guardato e non ha pianto nemmeno lei. Mi ha sorriso e mi ha detto solo: finalmente! Eggià. Finalmente. Chiedo a qualcuno se posso fare una foto. Mi dicono di no. Devo tagliare il cordone e ti devono portare via, a lavare. Prendo le forbici e in due zac taglio il cordone. Ti portano via in un secondo. Sei nato alle 20,43 del 17 aprile 2013. L’ora del big bang. L’inizio del mio nuovo mondo. Mentre mi perdo nell’immagine dell’attimo in cui ti ho visto, così bello, con tutti quei capelli neri, e le dita lunghe, le unghiette bianche, il viso di Lori in miniatura, i dottori tirano fuori la placenta e in quattro e quattr’otto mi chiedono di uscire perché devono medicare la mamma. Che trema come una foglia. La foglia più bella e coraggiosa di tutto il mondo. Così esco. Dal corridoio secondario. Sono le dieci?! Sono le dieci e dieci passate quando raggiungo la sala d’attesa del pronto soccorso. Ma erano le 20,43 due secondi fa? Poi tu, il tuo viso, la tua bellezza, e se ne sono andate quasi due ore? Mi sono perso. Lo devo ammettere. Era un corridoio lungo e stretto. Con il linoleum azzurro sul pavimento. Era dritto e io comunque mi sono perso. Anche ora, credo, dopo due giorni, non capisco lo scorrere del tempo. Mi sembra una vita che non ti vedo e quando ti ho in braccio mi sembra un secondo e ti hanno già portato via da me. Cammino lungo il corridoio con la voglia di gridare. Ma devo calmarmi e raggiungere gli zii e i nonni. Mi aspettano da più di quattro ore, quindi devo raggiungerli. E devo portargli la lieta novella. Quindi devo farmi coraggio, e mostrare il mio sorriso più bello. Te lo meriti, e se lo merita la mamma. Apro la porta e ce li ho tutti davanti. Mi abbracciano, fanno fotografie. Io comincio lo show, racconto tutto. Racconto di quanto tu sia spettacolare. Ci sono le registrazioni da qualche parte. Sono poche le parole per descrivere quanto fosse stata unica quest’esperienza, e quanto sia meraviglioso tu. Se ne accorgono presto. Infatti ti portano da noi. Per pochi minuti. Tu sei lì. Piccolo come uno scricciolo. Pesi 3,300 gr. Ma sei lungo, sembri più grosso. I tuoi occhi ci guardano immensi come il cielo. Sei bello, non lo dico perché sei il mio bebè. Sei bello e basta. La famiglia ti guarda esterrefatta. C’è chi scoppia a piangere (vero nonno?) e chi ti fissa con la bocca aperta e la faccia da pesce. Ti portano via perché rischi di raffreddarti, e mentre vai via sembri guardarci. So che non può essere. Tu vedi solo fasci di luce, inconsapevole che sei diventato il nostro, di fascio di luce. Mi fanno i complimenti, mi abbracciano. Dicono che sei bellissimo, e non perché sei mio figlio. Lo dico pure io eh! Bisogna essere obiettivi! Dopo qualche minuto arriva anche la mamma. E´sdraiata sulla barella. Ha ripreso vigore. E´incazzata con i dottori, che sono degli idioti. Le hanno dato i punti, sei esterni e non capisco quanti interni, e le hanno fatto male. Per giunta lei si è lamentata, per la delicatezza e quello ha risposto: “signora lei si deve spaventare di quelli delicati, che poi sale in reparto e le si apre tutto e muore dissanguata”. Abbiamo tante idee a riguardo e sicuramente ti racconterò dell’ospedale. Ma non ora. E´tardi e ho scritto abbastanza. Devo andare a letto perché domani è il grande giorno. Vi porto a casa. So già che sarà una lunga notte. Ho già passato una vita ad aspettarti, che vuoi che sia una notte! Trattengo il respiro, cerco di rimanere con i piedi per terra, conto fino a tre. Uno, due e tre. Ecco, sono pronto.

Benvenuto nel nostro mondo, Orazio.

32esima settimana – Apri gli occhi baby!

Alcuni esperti hanno scoperto che il bambino sviluppa la sensibilità alle temperature in questo periodo, ed è possibile sentirlo scalciare se mettete un panno caldo sulla vostra pancia.

[Fonte: http://www.settimanedigravidanza.com ]

Ecco perché la notte mi prendi a calci sui reni.

Momi dice sempre che sono bollente, dorme di fianco poggiata alla mia schiena. E tu mi svegli perché senti caldo! Ai, sui vari siti commentano lo stato della madre, del bebè, ma nessuno quello del padre!

Mancano otto settimane circa al parto. Il papà non sembra essere cosciente del cambiamento che sta per investirlo. Continua a giocare con la playstation nella pausa pranzo, a leggere la sera prima di andare a dormire. Va a lavoro pensando alla giornata d’inferno che sarà, e torna a casa la sera cercando di cancellare i volti di tutta la gente che ha incontrato, nel tentativo di farsi un bagno caldo, con la moglie magari. Sa che se lo può sognare! Si appiccica davanti alla tv e sfoga la frustrazione guardando programmi serial-demenziali. Non ha idea di cosa significhi quello che accadrà tra due mesi. E in fondo che importanza ha? Tanto vale aspettare e mantenere la calma.

Oddio, credo abbia ragione mia madre…la mia vita sta per cambiare.

La mia vita comincia adesso.