Riflessioni

La festa del Primo Compleanno

Così è passato un anno. Ho un sacco di pensieri a riguardo e credo scriverò di più in un secondo momento. Intanto voglio parlarti dell’organizzazione della festa.

Per questa occasione così importante decidiamo di scartare il metodo low cost, vogliamo sia una bella festa, e abbiamo delle idee di come vorremmo tu la vedessi quando sarai più grande. Tutti, chi più chi meno, finiamo a guardare le foto del nostro primo compleanno. Ci si rende conto di come i tempi siano cambiati. Di come io sia diverso dai nonni, e il concetto di famiglia si sia trasformato in trent’anni. Tendiamo a valutare un po’ ridicolo il modo in cui sono vestiti gli zii, ad intenerirci dinanzi al sorrisi della mamma, che sembra sempre così piccola, e a ridere di altre cose, come guarda com’era la bottiglia della Coca Cola!

I nostri invitati sono pochi, non possiamo permetterci cento persone, solo i parenti strettissimi. Significa l’allegra fattoria, una parte della famiglia della mamma, le bisnonne (ce ne sono tre per la miseria!), due biszie e una zia acquisita. Siamo in venti circa. Qualcuno non è potuto venire, per il lavoro, ma è importante? Non saprei dirti in che termini. Lo deciderai tu quando sarai più grande. Per evitare spese inutili siamo rimasti in casa, così vedrai nelle foto com’era. Non abbiamo nemmeno un tavolo in salotto, solo una libreria, il divano e la tv. Ci siamo arrangiati con due tavolini da giardino. La mamma ha comprato tanti palloncini e il festone. Sembra tutto perfetto. Per il mangiare abbiamo deciso pezzi di rosticceria mignon. Quattro chili e mezzo. Sono bastati appena, ma meglio di quella volta che abbiamo festeggiato il compleanno della mamma e per lo stesso numero di persone abbiamo comprato due maxi pizze (sono rimasti tutti morti di fame). C’erano: pizzette, cartocciate, bombe fritte, arancini e cipolline. Fantastiche. Le abbiamo pagate 17 euro al kg in uno dei bar più importanti di Catania, e abbiamo fatto bene. Erano buonissime! Il tempo di andare in cucina a prendere due birre e s’erano ripuliti due vassoi! Il discorso torta invece è stato il più discusso. Volevamo qualcosa di particolarissimo, che ti stupisse anche tra quarant’anni. Questo genere di torte all’americana contrastano parecchio dallo stile classico siciliano. Vanno molto di moda, sono la novità in termini di pasticceria. E noi ci siamo rivolti al laboratorio più in voga del momento. L’abbiamo pagata 25 euro al kg. E’ su due piani azzurri, coperta da pasta di zucchero. Sulla base ci sta l’erba e i fiori, col tuo nome scritto in mezzo. Sul piano invece ci sono tre animaletti in pasta di zucchero. Elefante, leone, orsetto. All’interno ci stanno tre strati di pan di spagna al cioccolato separati da crema alla vaniglia chantilly. Il sapore, te l’assicuro, era una goduria. Tutto quello zucchero appiccicato sui denti, e il pan di spagna che si scoglieva in bocca con la chantilly che rinfrescava i sapori. A giorni di distanza ho ancora voglia di una forchettata. Non sarebbe mai stata troppa. Tu a stento sei arrivato a farele foto, poi sei crollato in un sonno profondo. Le candeline le abbiamo spente io e la mamma, con te in braccio che sembri un sacco di patate.

Infine le bomboniere ricordo. Sono dei topolini disney. Io non amo molto la disney, però sono carine e la mamma voleva farle per forza.

Per il regalo abbiamo scelto un bracciale in oro, con il tuo nome inciso e la data del compleanno, che possa rimanerti per sempre in ricordo di quanto ti amiamo.

Zanzare a Dicembre

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Questa foto mi ha colpito moltissimo. Ma di quale strana malattia sono affetti questi tipi? Mi piacerebbe prendere un caffé con loro, chiedergli: ehi ma perché quelle facce scure? Cioè…a parte te, proprio te, con le palle più piccole. Te ti capisco. Ma gli altri?!

Il 2013 è finito. E’ stato un anno molto complicato. Tra qualche tempo spero di sedermi con me stesso, offrirmi un caffé e guardarmi in faccia e chiedermi: ehi perché sei così incazzato? Infondo che sarà stato mai? E´nato nostro figlio, nel 2013. E´stato uno degli anni più belli della nostra vita. Ma chi se ne frega dai, del lavoro, del fatto che hai perso tutte le certezze. Ci siamo andati avanti no? E allora…

Il dicembre appena trascorso è stato leggermente sottotono. Inutile parlare dell’attività di famiglia, in crisi ormai da anni e in perenne calo verticale. Le vendite crollano mese dopo mese, e guardare i budget passati è solo rigirare il dito nella piaga. Ho fatto trent’anni e abbiamo festeggiato al meglio delle nostre possibilità. Poi due settimane di lavoro tirato, senza un momento di pausa. Gente che entra in negozio, a stento augura buon natale, e tira dritto. Babbo Natale per loro non esiste più. Io invece ho il compito di farlo rinascere. E´arduo. Non sarà facile. Ma voglio che ci creda, e non smetta mai di farlo. Quest’anno sei così piccolo che sarebbe inutile far vestire qualcuno e poi ci sono così pochi regali! Il 24 dicembre siamo a casa dei nonni, e siamo solo noi cinque. Gli zii non ci sono. Così ci sbafiamo due scacciate e siccome minacci sonno ti facciamo aprire il tuo pacco gigante: una macchina da formula uno, bianca, cavalcabile, e con un manico spettacolare per spingerla in posizione eretta. La mia schiena (che stai mettendo a dura prova) ringrazia. A mezzanotte dormiamo già, nel nostro lettone, al calduccio. Tu piangi, ogni tanto, nel cuore della notte. Chissà perché. Qualche fitta, o quelle maledette zanzare. Zanzare a dicembre, che storia! Il 25 invece siamo a pranzo dalla nonna. Ci sono gli altri zii, la cuginetta piccola e la cuginetta grande. Persino lo zio di Roma e i cugini burini. Tu sei una superstar. Sempre alla ricerca dell’attenzione. In questo mi somigli. Ci siamo trovati. Nel pomeriggio si torna dagli altri nonni e ci sono gli zii che mancavano alla vigilia. Qui li chiamerò barbarossa e barbanera. Ti danno il loro regalo ed…è il girello. Ha la forma di una macchina, con tanto di comandi (sterzo, clacson, cambio) sul davanti. Ne sei innamorato, e sei anche bravo ad andarci avanti e indietro (storia diversa per i cambi di direzione). Tra il Natale e il Capodanno c’è un vortice di confusione. Tu non solo ne sei fuori, ma sei anche la salvezza del tuo papà. Prendiamo una decisione che farà scalpore. Probabilmente non ci saranno molti botti il 31 dicembre, ma a gennaio…oh si, a gennaio…è previsto un unico grande luminosissimo fuoco d’artificio. Un boato che ricorderemo come probabilmente la scelta più sofferta della nostra vita lavorativa. La barca affonda, che senso ha buttare via l’acqua con quei secchi arrugginiti, pieni di buchi, che ci hanno lasciato tra le mani? Allora si rischia tutto. O si va a fondo, o si rimane a galla. A me sono sempre piaciute le sfide, ed è dieci anni che mi dico che nulla potrà abbattermi, perché io non sono una persona normale. Sembra sia ora di mettersi in gioco. E ci sei tu a farmi forza quindi…

Il capodanno siamo a casa dei nonni e con noi c’è la bisnonna pazzerella, e lo zio barbanera e fidanzata. Sembra essere una cena tranquilla. Tu ti addormenti per le dieci circa. Noi continuiamo a mangiare un sacco di cose. Queste vacanze me le trascino ancora sullo stomaco. Poi, proprio quando la noia prendeva il sopravvento, la bisnonna se ne esce con una discussione assurda sul fatto che un prete in televisione le parla. Impossibile! sbotta la nonna. Ma no, io gli dico che problemi ho e lui risponde. Bisnonna, quello parla in un certo modo perché sa che è seguito da persone che hanno i tuoi stessi problemi teologici, per questo sembra stia parlando con te, ma non è così. Ma ne sei sicura? Certo. Una volta ho mandato un bacio a Iva Zanicchi, e lei ha ricambiato. Bisnonna ascolta, la gente in televisione non può vederci. Non lo dire a tuo fratello però, a lui non sta bene questa cosa.

Il nonno dopo questa discussione s’addormenta nel divano. Arriva la mezzanotte tra i fumi dell’alcol, che sorseggio con lo zio barbanera. Per la prima volta mancano dieci secondi alla mezzanotte e io non ho l’accendino pronto sulla miccia. La mamma ti ha preso in braccio perché ti sei svegliato, e ti sta riaddormentando. Io le dò un bacio e scappo in strada. Finito, è finito! Accendo il pozzetto da 55 euro e partono 59 colpi. Bellissimi. Forse i più belli di sempre. Tu dormi, non li hai visti. Sei con la mamma. Non li ha visti nemmeno lei. La nonna è con le cagnette, cerca di prevenire eventuali infarti. Il nonno segue tutto dalla terrazza. La bisnonna è rimasta in casa, manda baci di nascosto a Carlo Conti.

Ben arrivato 2014.

Trent’anni fa…

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Trent’anni fa ero un bimbo di sei giorni. Le prospettive sono cambiate in maniera irreversibile. Facendo due calcoli banali, un altro tanto e saranno sessanta, mentre tu ne avrai trenta. E magari sarai al posto mio a farti due conti. Io a trent’anni posso tirare una linea netta. È come rinascere, però più stressati, stanchi, svogliati. Trovo energia nei tuoi sorrisi e nelle tue smorfie. Se non ci fossi stato tu, ho come la sensazione che la mia sarebbe stata un’esistenza piatta. Guardandomi indietro ho un deserto che solo la mamma ha saputo rendere più romantico e vivo. Andando indietro ad intervalli di decenni, non ho ricordi precisi di una domenica pomeriggio di dicembre del 1993. Posso solo ipotizzare che c’erano i compiti da fare, e voglia di giocare con i miei fratelli. Nel 1993 non c’era un cazzo di quello che c’è oggi. Videogiochi, internet, cellulari…a stento una ventina di canali in televisione. Sono stato un bambino spensierato, e dovrei ringraziare i nonni per questo. Nel 2003 invece ero più grandetto, e cercavo di costruire un “me” profondo e consapevole. Avevo cominciato a scrivere da qualche anno e dentro la mia testa continuavo a ripetermi: Stephen King ha pubblicato il suo primo libro a 21 anni, ho ancora tempo, ho ancora tempo. Me lo sono ripetuto per qualche anno poi ho smesso. La domenica dopo i miei vent’anni probabilmente mi annoiavo a casa, con la fidanzatina di quel periodo. È strano ripensarci perché in effetti sarei dovuto essere più maturo. Invece ero un ragazzino viziato. Avevo tutto e sognavo una vita in eremitaggio per capire cosa significasse non avere nulla. Sentivo di avere la fossa già scavata. Avrei continuato il lavoro dei nonni, portato avanti l’azienda, sarei sprofondato in un lavoro monotono e la vita sarebbe stata un deserto arido e piatto. Odiavo questa eventualità, volevo fare altro, volevo scrivere, girare il mondo, e morire a 26 anni realizzato. Oggi è domenica, sono a lavoro, quel lavoro che odiavo. Sono passati 10 anni, e c’è chi dice che passano in fretta. Io no. Sembra passata un’eternità dalla domenica dei vent’anni. Sono successe così tante cose che stento a riconoscermi. Tiro questa linea e guardandomi intorno sento che, nonostante io non abbia ottenuto quello che volevo quando ero un sognatore, ho fatto più di quanto credevo potessi fare. Mi pavoneggio e vado fiero di avere la mia famiglia. Capisco qualcosa in più della vita, forse. Ho ancora tanta strada da fare per diventare una persona matura, ma ti confesso che non ho voglia di farla di premura. I miei propositi per i prossimi dieci anni (che arrivati a 40 non puoi più pensare che un altro tanto e saranno 80, sarebbe veramente troppo) sono godermi il mio bambino, farne almeno un altro, e crescervi a modo mio. Per quel che ne so sarà divertente. Non ne so nulla. Per questo sarà il viaggio più bello di tutti.

Ferragosto 2013

Augusto Ottaviano

Il ferragosto in famiglia, con un bimbo di quasi quattro mesi, è totalmente diverso da quel che potrebbe essere un qualsiasi ferragosto della mia vita. Ho sempre vissuto la notte del 14 agosto come se fosse capodanno, e il 15 mezzo abbattuto al mare, a smaltire rifiuti alcolici come una discarica abusiva sul bagnasciuga. Con un bimbo le cose cambiano. Così eccomi qui a raccontarvi il Feriae Augusti 2013.

La serata del 14 era organizzata in maniera diversa dal solito, ma pur sempre organizzata. A casa della suocera con i cuginetti più grandi. Sono ragazzini ormai, quindi niente a che spartire con un bebè. Non ho aspettative, non ci sono cartoni di birre da terminare, ne gare alcoliche da fronteggiare. Soltanto del pollo con le patate per menu, e vabbè, una bottiglia da 33 ci scappa. Spero. Non sono mica l’unico adulto, e l’amore che provo verso l’alcol non è di certo celato alle folle. Alle sette e un quarto chiudo il negozio e salgo dalla suocera, dove mi aspettano moglie e figlio. Trovo entrambi sul balconcino che da sulla strada interna della via. Il piccolo con gli occhietti gonfi e arrossati, la grande con una smorfia che la dice lunga sul suo stato fisico e mentale. A pezzi. La schiena ammaccata, i polsi doloranti, le occhiaie nere. Che è successo? chiedo. Niente, è nervoso. Così proviamo ad addormentarlo in balcone, con la danza degli indiani che fa più o meno così: ooiooiooiooh e riparte al ritmo di un tamburo tribale. Lui sembra placarsi e sono contento. Credo che la sicurezza morale di un genitore si trasmetta in serenità nel figlio. Ooiooiooiooh! Sembra esservi addormentato. Così entriamo e lo poggiamo nel lettone. Uuuunghueeeé! Fregati! Ricomincia a piangere come un matto. E´la prima volta che gli vedo spuntare una lacrimuccia. Tutto ciò è troppo, persino per me. Decidiamo di abbandonare l’allegra comitiva composta da suocera, zio (fratello della suocera) e figli, bisnonna (mamma della suocera) e nipotina in attesa genitori. Il nostro bebè è molto presuntuoso, testardo e capriccioso, fisicamente è tutto sua madre, ma in carattere credo abbia preso dal papà. Oltre per le orecchie e le gambette storte. Ma quelli sono dettagli per fare lo scrupoloso. Decidiamo di tornarcene a casa quindi, ma prima passiamo da una famosa gelateria di Catania per comprarci almeno un gelato, e festeggiare a modo nostro. Alle nove il piccolo è a letto, noi beviamo la nostra birra, una bud da 33 divisa in due, e dopo un piatto di pollo brodoso con patate a domicilio ci gustiamo il nostro gelato. Non riusciamo nemmeno a finirlo. Dico la verità. Mangiamo meno di prima, ma ingrassiamo. Sarà la felicità, è come scoprire l’acqua fredda. Siamo a letto alle dieci di sera. I fuochi d’artificio della spiaggia, che sono lontani parecchi chilometri, e anni, non disturbano il nostro sonno.

Il 15, ferragosto.
Ci svegliamo presto, come ogni mattina. Alle sei e mezza operativi. Speriamo sempre si riaddormenti, è una vana speranza. Eppure ogni volta ci proviamo. Così ci alziamo e andiamo a fare colazione. Mangio i cereali, ci sono le nocciole, so già che la pagherò cara. Dobbiamo deciderci sul da farsi. Perché con un piccolo bebè capriccioso non si sa mai come va a finire. L’imprevedibilità della vita. Persino quella cambia. Un giorno pensi: basta, domani parto per posti sconosciuti…poi non sai nemmeno se riesci ad andare al mare dai tuoi genitori. Anche questo significa avere un figlio. Guardiamo annoiati un telegiornale, sapendo già cosa capita nel mondo, è tutta l’estate che non si parla d’altro. Il governo, la grazia, gli spiaggiati. Tra foto scioccanti di tifoni nell’entroterra siciliana, manco fossimo ai tropici, decidiamo di farci forza e partire per il mare. Tra il bagnetto, la cacca, il sonnino del mattino, la doccia (nostra) siamo pronti per le dodici e arriviamo al mare per mezzogiorno. Oggi il baby sembra essere più accondiscendente, e non senza qualche capriccio, ci consente di mangiare in abbondanza e tranquillità. Io mi scolo tre bottiglie di birra e mezza, ricaricando il mio ego alcolizzato e pensando che si, ce la posso ancora fare, mi addormento sulla sdraio.

La situazione regge, forse grazie al crollo della sera precedente, e per finire il pomeriggio riusciamo a portarti persino in spiaggia, dove per la prima volta vedi il mare. I tuoi occhi grigi si fermano ad osservarlo, e sembri assorto in pensieri molto più grandi di te. Non ti nascondo che ogni giorno che passa sono sempre più innamorato di te e di quel modo che hai di guardarti intorno. So che è sbagliato avere delle pretese sui figli, ma mi auguro che questa curiosità te la porti dietro per l’intera durata della tua vita. Guardiamo tutti te, mentre tu guardi il mare. E ascolti le onde, con il tuo cappellino rosso sulla fronte, ancora troppo grande (seppur così minuscolo). Rientriamo solo quando sembri stanco e cominci a stropicciarti gli occhi. Si torna a casa, e si va a ninna, alle otto di sera sei k.o.

Momi adesso dorme al tuo fianco. Siete la mia famiglia. La cosa più importante che ho. So che la descrizione di questo evento è molto semplice. Infondo non abbiamo fatto nulla di speciale. Una volta i ferragosti forse erano più divertenti, ma rimaneva dentro un’insoddisfazione più grande di me. Oggi sono pieno, stanco e felice. Per questo vi ringrazio entrambi.

I sacrifici di un papà (Il dolce dormire)

Spesso quando si parla di neonati, il discorso verte intorno a due grandi argomenti. Quanti soldi ci vogliono per mantenere un bimbo appena nato, e il sonno. Nelle prime settimane ogni persona che incontravo per strada, dopo avermi fatto gli auguri, subito chiedeva: ma vi fa dormire? la notte dorme? si agita? quante volte si sveglia? Sono entrambi argomenti critici e in questo post analizzerò il secondo.

Il dolce dormire.

Cari neo papà, godetevi quei tre giorni in cui vostra moglie e il vostro bambino sono ancora ricoverati in ospedale. Saranno gli ultimi per chissà quanto tempo in cui riuscirete a riposare a fondo. Senza svegliarvi nemmeno una volta la notte, col cuore in gola per i singhiozzi di vostro figlio.  Dalla prima sera in casa cambia tutto.

Prima cosa: una lampadina sempre accesa in stanza. Noi ci siamo attrezzati con una bajour lilla posta in un angolo, accanto all’armadio. In tal modo la luce, pur essendo fastidiosa, non disturba eccessivamente i sogni. Per me è stato un gran problema. C’è chi dorme in ogni condizione ambientale, con la televisione accesa, o con la lampadina accanto al letto. Non io. Sono sempre stato abituato al buio più scuro e senza di esso ho sempre faticato a trovar sonno. Motivo per cui non riesco a dormire dopo pranzo, di giorno, sotto al sole al mare, in aereo in treno in macchina, e in miliardi di situazioni in cui c’è una fonte luminosa in circolazione. La prima notte ho capito che dovevo abituarmi alla presenza della bajour accesa. Ho ricordi frammentati a riguardo: il nostro baby dorme con noi, nel lettone, e sentire la sua presenza, per la prima volta, per tutta la notte, al mio fianco, è stato emozionante. Tanto che credo di aver dormito veramente poco.

Seconda cosa: non credevo che i bimbi avessero il sonno tanto leggero. Ho sprecato un centinaio di tentativi per addormentarlo. Per due notti mi è bastato massaggiargli i piedini, poi l’effetto è svanito, velocemente. Troppo velocemente. Poi ho provato ad accarezzargli la schiena, i colpetti sul sedere. Nulla. L’unica arma efficace è la passeggiata. Ad aprile c’è freddo, sopratutto di notte, e io dormo in mutande. Alzarsi, vestirsi, e passeggiarlo…un’impresa! Non mi sono arreso, dormo ancora in mutande. In quei giorni ho un’immagine vivida di me con gli occhi socchiusi in uno stato di trance. Sento il bimbo che sospira, o si muove, e l’atto di aprire gli occhi, controllare, di svegliarmi, se così si può dire, mi procura un’apnea, un’assenza totale di ossigeno. Boccheggio, un’unica boccata di aria, profonda, che allarga i polmoni. E sono sveglio, a guardare mio figlio.

Non si contano più le volte in cui, di notte, ho mandato a quel paese Momi. Una volta (lei dice, perché io non ricordo nulla) le ho detto: non ce la faccio. E´uscito più o meno così, tutta d’un fiato: nocelafacio. Un’altra volta l’ho fanculizzata a gestacci. Roba da matti.

Terza cosa: dimenticate le dormite fino a mezzogiorno. Io, sarà perché lavoro ormai da dieci anni, e prima ancora mi svegliavo presto per studiare, e prima ancora andavo a scuola, non ho mai avuto l’abitudine di alzarmi dopo le otto. Se dormivo fino alle dieci era per le occasioni, non so il primo dell’anno, ferragosto, santo Stefano. Oggi anche volendo, dopo tre mesi di sveglia alle sei, non riesco a dormire nemmeno fino alle otto. Così alle sei e mezza di solito siamo svegli, a giocare, parlottare, cambiare pannolini, passeggiare. Alle sette colazione abbondante. Bisogna arrivare al pranzo, e per il pranzo mancano ancora sette ore! Poi telegiornale e via a lavoro bello attivo. Sono sveglio da tre ore quando entro in negozio.

Quarta cosa: dimenticate le nottate con gli amici, le serate fuori, i film fino a tardi. C’è da ridere su questo punto. Quando torno a casa sono così stanco, ma così stanco, dopo una giornata di lavoro, che alle dieci e mezzo massimo sono uscito dalla doccia e sono stecchito a letto. Ogni tanto, mentre ceniamo, attacco un film. Ne vediamo un quarto d’ora e basta. Così vedere un semplicissimo film si trasforma in un’impresa. Per finirlo ci vogliono dalle due alle cinque sedute. A puntate: cominciamo la sera, un pezzo alle sei del mattino, un po’ dopo pranzo, il finale mentre si cena. No, la vostra latitanza dalla vita sociale non sarà esclusivamente colpa del vostro bambino. Sarà colpa vostra, e della vostra inattesa stanchezza. Inutile sentirsi leoni, dire mesi prima che potete farcela, che non cambierà nulla. L’ho già scritto, non c’è orgoglio nell’essere un genitore. Umiltà e sudditanza. Il vostro bimbo vi svuoterà da quel che eravate e vi riempirà di altro.

Così comincerete ad apprezzare le albe. I giorni si faranno più lunghi e stancanti. Le notti più brevi. Ma avrete lui, che si agita e vi cerca nella notte, con la manina o i piedini, e che appena vi trova si quieta. Si rasserena, torna nel mondo dei sogni. E´stato quel contatto, quel gesto così semplice. L’esserci. Siete stati voi, che prima dormivate a pancia in giù, al buio. Liberi di muovervi e scalciare le coperte. Di girarvi e rigirarvi. Da soli. C’è lui adesso, accanto a voi, e bisogna guardarsi persino dallo spostare il cuscino. Ma guardarlo dormire, con la bocca aperta, le braccia distese in alto, le gambe grassocce divaricate. Il pancino che si gonfia e si sgonfia. Il fiato leggero.

Che cosa sogni? Io, mi rendo conto ogni giorno che passa, lungo, e ogni notte, breve, ho sempre sognato te.

Il Falso del Tutto Compreso

Era da un po’ che volevo scrivere un post intitolato così. E´un argomento ostico, pericoloso, che non tutti potrebbero capire per quanto profondamente radicato nella nostra cultura. Linee Flat, abbonamenti No Limits, internet per sempre. Paghi due prendi tre. Fu così che la regola più semplice di marketing, l’offerta, s’è fatta furiosa. E ora le grandi industrie arrivano a promettere il tutto senza limiti, per una spesa modica. Chi più, chi meno. Noi clienti modello, italiani, fessi, ci caschiamo tutti i giorni. D’altronde perché accontentarsi di 5 mega, quando puoi averne infiniti! Io non so nemmeno cosa cazzo significhi. Sono il primo però che ha mutato l’abbonamento di casa in un tutto compreso. Ci risparmio, ho pensato, e soprattutto faccio quello che mi pare. Mi scordo di scollegare il pc?! No problem. Chiamo a mio fratello? Perché dovrei trattenermi e chiudere dopo due minuti?! Tutto compreso. Viva la comodità.

In realtà, non ci vuole molto a capirlo, questo è un pensiero superficiale. Quasi banale, alla portata di tutti. E´un primo livello. Uno spunto di riflessione. Il discorso secondo me è molto più profondo, molto più serio. Parliamoci chiaramente. Che bisogno ho di avere internet 24 ore su 24, quando a casa uso il pc solo per 2 ore? Perché dovrei parlare all’infinito al telefono quando potrei benissimo farne a meno? Questo abbonamento quanto mi farà risparmiare? E quanto mi vincola? Queste sono le risposte di primo livello.

Bisogna scendere ad un pensiero differente, per capire il fenomeno, che prima ho definito culturale. Ho la mia teoria. E´un complotto. Ci fregano con le promesse del tutto garantito, ci fanno sentire al sicuro, questo possiamo averlo, lo paghiamo caro, certo, ma possiamo permettercelo. No, non è vero! Possiamo farne benissimo a meno. E dico di più: possiamo vivere meglio senza. Ci vogliono incastrare. Ci incollano ad un computer, a tempo indeterminato, per farci vivere vite virtuali. Siamo meno pericolosi qui dentro. Rimangono tutti discorsi campati in aria. E inoltre riescono a capire da dove parte la scintilla, e riescono a gestirla a loro favore, ci soffiano su nella direzione che vogliono che essa prenda. Ho un figlio, e queste cose oggi le capisco meglio di ieri. Vogliono fregargli il futuro. Vogliono ridurlo in un barattolo quadrato pieno di quel che vogliono loro. Non sarà così. E´una promessa da padre a padri.

Così, non è vero che la letteratura è morta, la musica è morta, i capolavori cinematografici sono morti, noi siamo morti. Non è vero. Noi siamo qua, dobbiamo solo staccarci dalla playstation, da facebook, dalla tv, dai cellulari. Bisogna accendere le menti. Da padre a padri, forse per me è tardi, e ci sono cascato dentro come un pollo. Lotterò per uscirne. Lo farò perché mio figlio, e quelli che verranno, crescano tra le mie storie, tra le favole di vecchi artisti. In maniera romantica. Credano in quel che più gli piace. Non spegnerò la loro fantasia, e non permetterò che qualcun altro lo faccia con futili trucchetti commerciali. Di tutto il resto del mondo, in questo momento, mi importa poco. Una volta sarebbe stato diverso. Oggi credo molto più di ieri nella libertà di pensiero e di azione. Salvatevi da soli. Io sto già facendo la mia parte.

I sacrifici di una mamma (La reclusione)

Oppure: Le 5 euro nuove.

I sacrifici di una mamma, rispetto quelli di un papà, sono molto diversi. Se il papà è costretto a sopportare le angherie dei nonni, l’astinenza e la nuova sacralità del sesso, le domeniche a casa, la scomparsa della maggior parte degli amici, la stanchezza continua dovuta alla mancanza di sonno e all’apprensione perenne della moglie/mamma, e se quindi la sfera sacrificale è molto ampia ed include diversi ambienti e diverse situazioni, per la mamma invece è completamente diverso. I sacrifici vengono raccolti tutti in un unico grande insieme, per l’appunto, la reclusione. La mamma infatti è obbligata a rimanere a casa per accudire il piccolo. Quest’attività, e ne sono testimone, impegna parecchie delle 24 ore messe a disposizione dal standard temporale della giornata tipica. Si comincia (o in realtà non si finisce mai?) la mattina presto, alle sei, con la prima poppata. Poi c’è la cacca, il cambio del pannolino, ogni giorno più pestilenziale. Se siamo fortunati il baby si riaddormenta. Se no facciamo colazione tutti insieme, noi tre, verso le sette. In questo caso si procede a turno. Prima mangia lei e io tengo il baby, poi mangio io. Allora mi vesto e vado via. Siamo appena all’inizio. Si procede con il passeggiare il baby fino a quando non si addormenta, verso le dieci se tutto va bene. Nel frattempo viene accesa la tv, nella speranza che non facciano gli stessi programmi del giorno prima, che per quel senso ciclico senza fine, non si sa se sia lunedì, martedì o venerdì. Una volta che il bambino s’è addormentato bisogna come minimo lavare i piatti, attivare la lavatrice, pulire quel che si riesce della casa, stendere la biancheria pulita, e il pupo è lì che si muove nel lettone, piange, sbatte i piedi. Altra poppata, cacca, pannolino, passeggiata, e sono ancora le dodici. Insomma vi immaginate la sensazione di alienazione che ne deriva? Il ciclo ricomincia ma all’una torno a casa dal lavoro e cucino, sporco le pentole, i piatti, mangiamo, addormentiamo il baby, e vado via. Pronti? Via! Si ricomincia: la mamma lava i piatti, altre pulizie, altra biancheria, il baby che piange, la poppata, la cacca, il pannolino, la passeggiata. Credetemi, è stancante. La settimana sembra infinita. Quando finisce, la domenica, non sempre, capita di essere in giro. Abbiamo un’autonomia di circa cinquanta minuti, senza il piccolo. Lo lasciamo alla prima nonna disponibile e andiamo a fare una passeggiata supersonica al centro commerciale più vicino. Per spezzare la monotonia, vedere altra gente, cambiare aria. In macchina alla radio passano un pezzo di circa tre mesi fa.
-Ma è la nuova dei Daft Punk?- chiede Momi.
-Ehm, si, più o meno- le rispondo.
Come le spiego che è da tre mesi la canzone più suonata alla radio, in cima a tutte le classifiche internazionali, tormentone dell’estate?! Rido.
Nel frattempo siamo dentro ad un negozio, per farvi capire la velocità del tutto. Ho già scelto, provato, e pago due magliette. La commessa mi torna il resto. Cinque euro.
-Guardi che sono false- dice Momi, -ma ti rendi conto? è evidente, sono totalmente diverse…-
Io le faccio cenno con la testa. Sssh!
-Anche il colore, sembrano quelle del monopoli!-
La commessa sgrana gli occhi. Non sa che fare, è tesa, imbarazzata.
-Sono le cinque euro nuove- dice, -non le ha mai viste?-

La degenza: parto (2° parte)

I problemi in realtà sono appena cominciati. Si direbbe quasi che quello appena trascorso sia frutto di un’esagerata agitazione. Siamo tutti emozionati e queste persone ne vedono di gente come noi tutto il giorno, tutti i giorni. Sempre. Risultiamo disgustosi, ne sono certo, con quei toni rotti dall’emozione, dalla fretta. Sono appena le cinque o sei di pomeriggio. La notte è lunga. C’è chi smonta e chi comincia il proprio turno. Sempre uguale. Donne con le gambe aperte con le contrazioni, che si lamentano, e mariti agitati accompagnati da mamme e suocere ancora più agitate. Vista così ci sta un certo livello di indifferenza. Diventa comprensibile. Siamo in sala parto, adesso. Ma i problemi non terminano, continuano. Si apre il capitolo medici, che in teoria dovrebbero essere di un ceto differente rispetto agli infermieri. Dovrebbero almeno avere a cura i propri pazienti. Ecco, a cura. Son dottori, dovrebbero. Infatti.

Il primo problema si presenta quando siamo ancora al secondo piano. In reparto. Verso le sedici. Il ginecologo che ci ha seguiti fino ad oggi non è di turno, e noi non avendo richiesto l’intra moenia o più comunemente servizio a pagamento, non abbiamo diritto a disturbarlo. Lui d’altra parte, pur avendo ricevuto una cospicua somma di denaro per nove mesi, solo per controllare il battito e dire alla neo mamma di non prendere troppi chili, non si sente minimamente in dovere di venire a controllare che sia tutto a posto.

Ricordo come se fosse ieri (in realtà scrivo questo testo dopo tre mesi) il giorno in cui il ginecologo cominciò a parlare della possibilità di entrare in intra moenia. Il terzo piano magico. Quello dove, se paghi (in una struttura pubblica) hai diritto a tutto. E’ una vacanza. Una sorta di valtur. Se pagate a me non interessa, disse. Tanto io non prendo nulla. Sono tutte tasse. Però sarei costretto a venire anche di notte, per seguire il parto. Il 17 aprile questo nominato dottore catanese era in studio. Noi avevamo un appuntamento per effettuare un controllo pre parto, per le quattro di pomeriggio. Qui comincia effettivamente il primo problema.

Primo problema: mia madre chiama in studio per avvisare che Momi è entrata in travaglio. Risponde la segretaria del Nominatissimo Professore.
Mia madre: -Signora C. (è un’iniziale a caso, per evitare di far nomi) avvisi il Professore che siamo in reparto. Momi ha le contrazioni e una dilatazione di otto centimetri.-
Signora C.: -…
Mia madre: -Signora, mi sente? Avvisi il Professore, magari viene o manda qualcuno della sua equipe…-
Signora C.: -Scusi, però, ma, allora…non venite oggi pomeriggio? Devo cancellare l’appuntamento???-
In pratica il problema della cogliona è diventato subito: oh cazzo, e gli ottanta euro di controllo? E le mie cinque euro di mancia??? Potevamo avvisarla prima, per lo meno, avrebbe rimpiazzato l’appuntamento.

Lasciamo lì la signora C. con questo dubbio emblematico e torniamo in sala parto.

Secondo problema: comincia ufficialmente il travaglio. Momi è sdraiata nel lettone. Entrano due ragazzine in camice verde. La puliscono, la sistemano. Sono circa le diciotto. Momi e io rimaniamo da soli fino alle venti, momento in cui riesco a vedere la testolina del baby. Sta uscendo, dico! Con noi solo una delle due ragazzine, appoggiata al muro, col cellulare in mano, che guarda dalla porta prima che arrivi qualcuno e la becchi a farsi i cazzi suoi. Durante il travaglio sembra quasi disturbata dai mugolii di Momi. Ogni tanto le dice qualcosa come: spinga, spinga. Che sa quasi di: spingi e statti zitta, non rompere le palle, sto cercando di organizzarmi la serata con gli amici. Sono certo comunque, che se fosse accaduto qualcosa di urgente, sarebbe arrivato di corsa un dottore vero.

Terzo problema: Momi spinge, spinge, spinge, e finalmente esce il baby. E’ bellissimo. Chiedo di fare una fotografia e non me lo permettono. Non è questo il problema. Lo mettono in braccio alla mamma, un secondo, e lo portano via per lavarlo. Non è nemmeno questo il problema. Arriva un uomo basso, tignoso, lercio, ed ha un camice bianco. Sarà l’addetto alle pulizie, penso, nella stanzetta c’è un casino tra cartacce, tubi, placenta sul tavolo di metallo. Sono un po’ confuso, e lo ammetto, quando lo chiamano dottore ci rimango di stucco. Ecco il problema. Quest’uomo comincia a mettere le mani su Momi, facendola trasalire. Devo disinfettare e mettere i punti, dice. Lo fa senza un minimo di delicatezza. Vedo Momi sobbalzare letteralmente ogni volta che lui allunga le mani. Non faccia così signora! dice saccente. Ehi amico, puoi anche aspettare che si riprenda, dico io. E lui per tutta risposta dice all’ostetrica che io posso uscire, il mio compito è finito. Così sono costretto ad uscire dalla sala e tornare dai familiari, tutti in trepidante attesa. Momi invece rimane lì, in balia di questo maleducato e facchino. Quando finisce di metterle i punti gli dice: grazie eh! in tono ironico. Lui per tutta risposta: signora lei si deve preoccupare di chi è delicato, che poi si corre il rischio di salire in camera e morire dissanguati perché i punti si aprono.

Dopo questa fase c’è grande felicità. I parenti vedono prima il bambino, poi la mamma. Siamo tutti contenti e torniamo a casa. Lasciando in ospedale neo mamma e suocera. Pensiamo che il peggio è passato, invece no. Il peggio deve ancora venire.

Un’ultima riflessione però, in capitolo medici, la voglio fare.

Quarto problema, tanto per tornare al principio: sono le ventidue. Abbiamo chiamato al nostro ginecologo alle sedici del pomeriggio. Lui era in studio, allora. Di solito smonta alle diciotto, in alcuni casi alle venti. Ancora oggi mi chiedo: ma non avrebbe avuto il tempo, il senso del dovere, la curiosità, di passare dall’ospedale per vedere com’era andata? Ottanta euro al mese, una visita al mese, per nove mesi. Non avrebbe dovuto fare almeno una telefonata?

I sacrifici di un papà (intro)

Mi ingelosisco ogni tanto, sfogliando le varie pagine dei forum dedicate alle donne incinta e alle neo mamme. Ma ai neo papà? Chi ci pensa??? Eppure, credo che anche noi maschietti, una volta nato il bebè, siamo chiamati a tanti sacrifici. Cambiano così tante cose che se qualcuno mi domanda: ma com’è diventata la tua vita? Rispondo: E´ finita, la mia vita. Qualcuno, scetticamente, mi dice di essere esagerato. Ma fatelo un figlio, e poi ne riparliamo. Sono l’unico, tra i miei amici, ad aver fatto questo importante passo. E quasi tutti mi rispondono che, no, non possono per via della crisi, e allora aspetta e spera! Altri mi dicono che vogliono spararsi le ultime cartucce. Sparatevele bene! La vita per un neo papà non solo cambia, in un certo modo si annienta. Non prendiamocela a male, non c’è da essere orgogliosi in questo caso, avete fatto un figlio, c’è soltanto da lasciarsi andare verso quel baratro meraviglioso che è la nostra nuova essenza. Senza rancori. Non vi ha obbligato nessuno.

Per cominciare: diventiamo schiavi delle neo mamme, siamo costretti ad andare da soli al supermercato. Sbaglio a comprare l’ammorbidente?! E´ una tragedia! Compra i pomodorini, mi dice. Io compro una confezione di pomodorini e quando torno mi dice: cazzo hai comprato?! Io volevo la passata di pomodorini! Ecco, tutto questo riduce la mia autostima ad un pannolino sporco buttato nella spazzatura.

Te lo meriti! direbbe qualcuno. E infondo, forse, è vero. Troppo egocentrico. L’ho detto anche prima di sposarmi, al confessore. Lui l’aveva predetto: non avrai più modo di pensare a te stesso. Vero. Verissimo. Mi chiedo come, un uomo di chiesa, che di famiglia sa solo la teoria, possa essere stato così obiettivo.

Il mio io, adesso, è responsabile non solo del mio futuro, e di quello di mia moglie. Sono responsabile principalmente dell’avvenire del mio bambino. Bel da farsi. Per fortuna non esistono manuali, e anche se esistessero congetture, per fortuna ho il carattere che ho e di certo non le prenderei in considerazione. Così mi viene da ridere quando leggo tutti quei discorsi su come comportarsi nel caso in cui lui non voglia dormire nella culla. Su cosa fare quando ha le coliche. Se piange di notte. Scopro che ci sono dottori che hanno studiato tutta la vita i comportamenti dei bambini, e che per questo in ogni situazione, sanno cosa bisogna fare. Come se tutti i bambini fossero uguali! Seguire queste cazzate sarebbe il primo passo per trasformare mio figlio in un essere uguale ad altri milioni di figli. E allora: piange? e io lo faccio ballare e canto; ma perché non gli dai il ciuccio? perché non ho mai visto un cane o un gatto ciucciare un ciuccio, e nemmeno scimmie, delfini, rinoceronti, giraffe; non dorme nella culla? e lo faccio dormire a letto con noi. Crescerà come dirà il nostro istinto, e cestino per sempre anni e anni di ricerca medica.

Così, il primo grande sacrificio a cui siamo chiamati noi neo papà è rinunciare a noi stessi. Cominciare a pensare alla famiglia, cambiare gli schemi e le priorità. La stessa cosa succede alle neo mamme, ma il processo è diverso. Loro sanno già quello che succede, è insito nella stessa natura di donna. Noi invece arriviamo al parto totalmente impreparati. Lo scopriamo giorno per giorno, cosa significa crescere un bambino.

Poi quando sarà grande e magari avrà nel cervello qualche cellula di insana moralità degna del suo papà, forse la mia autostima ritornerà a crescere, esplodendo in un mare di orgoglio, tutto blu e verde, con la schiuma bianca delle onde che si infrange sugli scogli di questa vita così irrazionale.

Reso conto economico di fine Aprile

Questo blog non appena sarai abbastanza grande diventerà cartaceo, e testimonierà le difficoltà che abbiamo passato e passeremo per mantenere e far crescere la nostra famiglia nella nazione Italia negli anni della più grande crisi ecnomico-sociale che si sia mai rregistrata. Il titolo non è casuale. Abbiamo deciso per Venti ossa rotte perché, si dice, è la misurazione del dolore che prova una donna partorendo. Venti ossa rotte tutte contemporaneamente. Finisse lì, mi sono detto! Poi c’è tutto il resto…quante ossa ci dovremo rompere per mantenere e far crescere la nostra famiglia italiana? I sacrifici sono tantissimi. Al momento siamo a stecchetto. Insieme guadagnamo 1400 euro al mese. Ma lavorando per noi stessi non sono mai garantiti. Significa che un mese possiamo permetterci lo stipendio, un mese no, e prendiamo solo il necessario. Questo aprile per esempio è stato pieno di sorprese. Sei arrivato tu, ed è stato il costo minore, credimi. Comunque, saresti valso qualsiasi spesa! Da qualche giorno sono arrivate anche le bollette di telecom, di enel, e di sky. Si parla di quasi 300 euro totali. Considerando che spendiamo almeno 40 euro a settimana di benzina per andare a lavoro (e non usciamo mai, perché chi se lo può permettere?), che diventano 160 euro al mese. E ci sono le rate della macchina da pagare, più quelle della moto, comprate entrambe in tempi più felici, per un complessivo di 580 euro. Più ipad in abbonamento 39 euro. Siamo già ad una spesa di 1079 euro. Queste per adesso sono spese fisse. Non possiamo cambiarle. Aggiungiamo però guasto moto 80 euro, bombola gas 26 euro, 18 euro di matherfucker vitamine, arriviamo ad un complessivo di spese pari a: 1203 euro. Con i rimanenti 197 facciamo spesa che di solito si stringe allo stretto e necessario. Non arrivo a pagare bolli, revisioni, tasse di vario genere. Quando sarà il momento vedremo che fare…per adesso si tira avanti. Felicissimamente. Alla faccia della rivoluzione sociale!